Fuori di me
Un racconto urban
Sottozero scongela ricordi, racconti o tutto ciò che è tenuto lontano dall’essere raccontato.
Oggi morire è un po’ guardare sé stessi con nuovi occhi
Non riesco a staccargli gli occhi di dosso. Strofino il viso con le mani e mi tengo a distanza; qui sul marciapiede opposto può andare, non me la sento di avvicinarmi.
Quanti anni può avere? Poveraccio. Sta buttato lì a terra schiena al muro che sembra morto.
Forse è sballato. Forse eroina. Sembra un murales di Banksy, ma le sue opere sono una provocazione; quel tipo lì può essere al massimo un buon motivo per allungare il passo e guardare con la coda dell’occhio.
Mi brontola lo stomaco vuoto, sento premermi sul petto e il sudore freddo mi bagna le ascelle. Ma non posso fare a meno di guardarlo.
Il marciapiede dove sta è così stretto che la gente passa quasi finendo per strada per scavalcarlo, neanche fosse un appestato. Chissà da quanto è lì, con la testa adagiata sulla spalla bava alla bocca e quel cartone con disegnata una coscia di pollo e uno smile, magari ha i genitori che non riescono a trovarlo e si disperano perché se ne è andato di casa sbattendo la porta.
Ma che. L’avranno buttato loro fuori di casa, altroché. Uno così non lo ripigli mai, deve essere un peso insostenibile.
Una ragazza con tacchi alti e rossi passa veloce. Ha le gambe abbronzate e toniche. Rallenta, scrive al cellulare. Un suo piede, caldo nel tacco rosso fiammante, inciampa sui piedi di lui scalzi, rosa, anneriti dalla strada. Si ricompone subito e tira dritta. Lui no, è già scomposto e non sente niente e chissà dov’è ora, il piede torna molle al suo posto. Alle opere di Banksy, almeno, fanno le foto.
Da quanto sono qui a fissarti? Come ti sei ridotto cosi? Penso così forte che quasi muovo le labbra. So che vuoi morire, ti capisco. In quello stato deve essere terribile.
Mi fa pena e pure rabbia ed è normale è umano e non riesco ad andarmene, è così che ci si deve sentire davanti a un uomo in quella situazione. Empatia si chiama. E voglio empatizzare con lui e cercare di sentire e capire e comprendere perché vuole morire, drogarsi fino a dimenticare e morire.
Cosa ti ha spinto fin lì? Dico.
La città intorno si muove, gira come la terra e come il tempo ma lui sembra non subirne alcun effetto.
Le ossa degli zigomi gli spingono la pelle sottile e trasparente, come se la morte fosse annidata dentro di lui e spingesse per uscire; con buone probabilità non mangia da giorni. Da qui sembra un teschio. Lo immagino per bene mentre si trascina nei vicoli per farsi e poi strisciare di nuovo fino a quel muro là, come un verme, a stampare sul cemento la sua solitudine; gli occhi fuori dalle orbite sono così veri che Banksy mica li disegnerebbe così. C’è un limite tra realtà e arte.
Il suono di una sirena frantuma i miei pensieri. Arriva un’ambulanza. Deve averla chiamata un passante normale per fermare il viaggio del tipo, l’uomo però poi non si è fermato, avrà chiamato e poi via verso casa che il suo, appena sufficiente, l’ha fatto. Tra le decine di mostruosità che ho visto passargli oltre oggi, almeno quello si è preoccupato.
Ma che viene a fare l'ambulanza? Che venite a fare?! Andatevene non vedete che vuole morire? Dico.
Ma chi vuoi che mi senta da qui. L’ambulanza deve venire per forza se viene chiamata. Tanto quello là, dopo che gli passa la botta, si alza e se ne va e ricomincia dall’inizio, tanto meglio per tutti se muore. O se gli dice bene lo buttano dentro a un pronto soccorso qualche ora e di nuovo in strada a morire un pezzo di carne alla volta.
Eccola l’ambulanza bianca, eroica, inutile. I due operatori in tuta arancio scendono, si avvicinano al ragazzo. Ora non riesco a vedere più nulla.
Il mio battito rallenta e sento freddo di nuovo, apro la bocca per prendere più aria e mi sento bagnato. Non è sudore normale, no, sono più brividi di freddo.
Un gruppetto di persone si è accalcato per vedere il dolore più da vicino. Ho gli occhi pesanti. Non vedo niente. Li sbatto. Mi sembra di volteggiare sul marciapiede e richiudo gli occhi e vorrei dire non lo aiutate suvvia, vi prego, vi giuro che non vuole vivere, lasciategli la libertà di morire.
Ho la bocca asciutta, la pelle solcata da minuscoli brividi, respiro a fatica con la bocca spalancata. Li sento intorno a me adesso. Sento gente intorno a me. Come è possibile? Sono dalla parte opposta della strada ma ce li ho tutti intorno.
Aiuto. Penso di dirlo ma la bocca resta aperta.
Aiuto cosa? Cosa chiedo aiuto?
Sale un vociare accorato. Il rumore di una zip e poi di una sacca che si apre.
Intravedo uno dei due operatori in tuta arancio. Qualcosa sfila dalla sacca, gratta la chiusura lampo con un rumore che mi ricorda quando da bambino tiravo su la zip dei jeans che mi metteva mamma.
Carica. Dice.
C’è silenzio e non capisco, non capisco non capisco.
Scarica. Dice.
Il freddo si dipana sul torace, poi uno strappo e una scossa. È come se mi stessero provando a saldare l’anima nel petto.
Un fulmine che ti trapassa, ti inarca la schiena, ti drizza i peli e può strapparti via la morte da dentro. Sento una fitta violenta che mi trafigge il cuore. Ora il sudore bagna la maglietta lacerata. Quando si è lacerata? Riapro gli occhi.
Sono a terra? Ma non ero dillà?
Spalle sul cemento ho il paramedico sopra di me. L’effetto dell’eroina è ancora in circolo. Chissà i miei genitori, non volevo andarmene così.
Giuro ero dall’altra parte, ero dillà. Aiutatemi. Dico.
Serro la bocca, la gola si chiude. Un’apnea all’aria aperta. Non respiro. Provo, apro, muovo le labbra come un pesce.
Intravedo la tuta arancione lontana, sento il tipo armeggiare sul mio petto, poi un'altra fitta. Ma che morire io voglio vivere, salvatemi. Ma la bocca resta incastrata, aperta a prendere sempre meno aria in una smorfia che deve apparire mostruosa.
Sentire il cuore che si ferma è come l’addormentarsi di un piede, pizzica e poi decelera e poi tutto il corpo freme, brama sangue. Mi premono sul petto una, due, tre, quattro volte ma niente.
Il vociare si affievolisce, la pressione delle grosse mani dell’operatore è tale che alla settima spinta le costole e lo sterno mi cedono e si rompono nell’ultimo rumore che riconosco e da lì qualcosa riesce a uscire e se ne va.
Qualche secondo e il palmo di una mano mi accarezza il volto; poi il silenzio, dentro e fuori di me.
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Ma che bello!🥹