Madre delle lame
Un racconto noir
Sottozero scongela ricordi, racconti o tutto ciò che è tenuto lontano dall’essere raccontato.
Anche gli ultimi della terra hanno i loro santi da pregare per affrancarsi della morte.
È buio da ore, l’aria torbida è impregnata del calore accumulato dall’asfalto durante la giornata.
Respirano naso e bocca, bocca e naso ed è l’unico rumore che nel vicolo accenna alla vita. Stretti dentro i loro giubbotti di pelle, con i tira pugni di metallo intrecciati tra le dita, i due colpiscono dritto alle costole un clochard schizzando sudore sulla sua faccia. L’uomo è rannicchiato a terra. Un colpo sulla guancia gli frattura lo zigomo, il suono ricorda quello di legno secco che si spezza; l’uomo bisbiglia parole che gorgogliano nel sangue.
Oh madre delle lame, tu me poi consolà
Io te farò n'artare e te verrò a pregà.
Le pupille dilatate degli uomini in piedi corrono tutte intorno per controllare non arrivi nessuno. Sulla fronte di entrambi qualche goccia di sudore resta attaccata alla pelle e scivola verso il naso.
Sputano sul vecchio, si guardano, insistono con calci sulle ginocchia dall’alto come se volessero schiacciarlo, renderlo così piccolo da farne dimenticare le forme immeritevoli di esistere.
Il più corpulento dei due sferra un calcio ancora sulla guancia dell’uomo che non si muove più. Poi tira fuori un fiammifero dalla tasca, si ritrae, respira e lo accende.
Non ammazzarlo, se muore non c’è più gusto. Dice.
Sì che lo ammazzo. Dice.
La fiamma trema riflessa nel fondo dei suoi occhi neri, vuote grotte inabitate ormai da tempo; il fuoco però si spegne subito per via di un soffio di aria fredda.
I respiri dei due continuano a coprire i rantolii del vecchio rannicchiato in posizione fetale.
Tutto quello che c'ho, io lo regalerò
Tutto quello che so, io me lo scorderò
Ma madre delle lame, me devi vendicà
Madonna delle lame, li devi fà scannà.
Zitto, stai zitto. Dice.
Ai due arrivano solo rigurgiti, gorgoglii senza senso compiuto, ma il suono che la vita dipana attraverso le parole incomprensibili del vecchio alimenta la loro rabbia.
Il vicolo, una stradina senza via d’uscita che dà sul retro di due grossi edifici vivi solo di giorno, è il ritratto dell’abbandono.
Un’altra folata di aria fredda scorre, sale verso il cielo accarezzando la pelle dei tre uomini e poi le mura vecchie del retro dei palazzi.
Dal fondo della via dove la strada si mischia al nero della notte, una voce femminile fredda più della neve si alza.
Shhh. Dice.
I due uomini si girano, il vecchio apre un occhio.
C’è una donna che veste una lunga tunica color antracite. I due a malapena riescono a distinguerne i lineamenti delicati, lo sguardo materno, non vedono nemmeno le pupille sottili come aghi. È raccolta in non più di un metro e sessanta, indossa dei sandali di pelle e una cintura di corda da cui pendono degli oggetti della grandezza di un pugno.
Ad ogni suo passo i due vibrano, i nasi sbuffano rotonde nuvolette di anidride carbonica.
Ma chi cazzo è? Dice.
Il più grosso dei due guarda l’amico e ride.
Pare una suora. Dice.
Il più piccolo, magro si direbbe, ha nel viso spigoloso e scarno i segni dell’amore che non ha mai ricevuto. Aggrotta le sopracciglia, poi guarda il vecchio a terra, lo tira su per la collottola e lo colpisce sul viso. Altro sangue scorre dalla faccia dell’anziano.
Vediamo se la suora fa il miracolo. Dice.
Gli tira un altro pugno, l’uomo cade a terra a peso morto.
La donna continua ad avanzare. Passi pacati, a scatti, brevi. La bocca serrata dalle labbra appena rosate.
I due si guardano, quello più magrolino sembra avere un istante di esitazione.
Oh, forse possiamo finirla qua sai? Dice.
Che cazzo dici? Che cazzo dici? Vedi che ci divertiamo ‘sta notte. Dice.
L’altro accenna un sorriso e annuisce, rotea la testa e si china. Estrae dallo stivale un piccolo coltello che fa scattare con un movimento secco. Un riflesso rosso negli occhi della donna sfugge ai due che le sono ormai a poca distanza.
Il vecchio bisbiglia ancora, tossendo e stringendo le braccia sul petto.
Tutto quello che c'ho, io lo regalerò
Tutto quello che so, io me lo scorderò
Il più corpulento dei due si avventa sulla figura minuta ormai a portata, l’altro si passa la lingua sulle labbra e lo segue pochi passi dietro con in bocca il sapore acre del sudore.
La donna interrompe la sua camminata, china il capo, sembra inspiri, estrae con grazia una lama di coltello lunga quanto un avambraccio. Un movimento appena accennato, veloce, disegna una linea retta nell’aria avanti e poi indietro. La lama si pianta nel cuore dell’energumeno per poi uscirne senza una goccia di sangue, senza il tempo di far mutare all’uomo il ringhio di rabbia in paura. L’altra mano della donna, affusolata, con le nocche ben in vista e una piccola cicatrice sul pollice, estrae da sotto la tunica un machete con un movimento meccanico, meno aggraziato, forse per via dello sforzo necessario. Il braccio poi si carica dietro la spalla sinistra e fende l’aria come una ghigliottina.
Recide la testa del giovane all’altezza del collo, l’osso si spezza, la testa si stacca e cade a terra e rotola in un acquitrino.
Lo sciacquettio è seguito da un silenzio che solo la morte conosce.
Il vecchio clochard si trascina contro il muro. Muove le mani, raccoglie un cartone con del vino e succhia le ultime gocce dal beccuccio di plastica. Sussurra ancora, come rinvigorito.
Tutto quello che c'ho, io lo regalerò
Tutto quello che so, io me lo scorderò
Ma madre delle lame, me devi vendicà
Madonna delle lame, li devi fà scannà.
La donna si muove come un fiocco di neve che plana su un prato, poi si immobilizza di nuovo.
L’altro nel giubbotto, impietrito, fissa il cranio dell’amico e ha un conato di vomito, guarda la donna e inizia a correre nella direzione opposta lasciando cadere il coltello. Lei, ferma, mantiene gli occhi puntati sulle spalle dell’uomo.
E aspetta.
Il clochard si incolla al muro, strizza gli occhi e lecca il beccuccio del cartone di vino.
Alza il braccio pelle e ossa in verticale, come se donasse l’arma al cielo e poi verso il basso alla terra. Scende secco, con violenza, a mezz’aria la mano si apre e lascia il manico e dà il via al volo del grosso machete che rotea sospeso in aria, supera il clochard rannicchiato ormai come un feto che invece della morte spera di nuovo nella vita, e taglia l’aria con un sibilo appena percettibile.
Intorno un vortice di freddo muove cartacce e immondizia nel vicolo e sale verso le finestre, l’anziano clochard si stringe nel grosso giaccone almeno tre taglie più grandi di lui.
Il machete finisce il volo piantandosi tra le scapole del ragazzo lacerando la pelle del giubbotto.
La lama apre poi la carne come burro, il suono del colpo secco che ferma l’arma sulla spina dorsale rimbomba nel vicolo. Il vecchio non si trattiene, è come se la vescica esplodesse di paura, bagna completamente i pantaloni in una macchia scura. In pochi secondi, con movimenti che l’anziano non distingue, gli sembra la donna si muova, fluttuando, e la vede sul giovane a terra.
Qui qualcosa di buono c’era. Dice.
La voce femminile è metallica e graffia il silenzio.
Estrae il machete, pulisce l’arma con la tunica e la ripone, poi affonda piano il coltello nella parte sinistra della schiena del ragazzo, smuove nella carne, ossa e tendini cedono e si trova al cuore che sembra un burattino inerme manipolato da vene e arterie. Preme, poi estrae l’organo grondante con la punta del coltello. Lo lega alla cordicella che tiene intorno alla vita, la stretta del nodo strizza il cuore che goccia sangue a terra. Il vicolo ripiomba nel silenzio, i corpi a terra, l’anziano riverso su sé stesso guarda il cartone di vino, i pantaloni e poi dolorante socchiude gli occhi. Della donna non vi è più nemmeno l’ombra.
Il vecchio striscia dietro due cassonetti, apre la bocca impastata di sangue e vino, allunga la mano e impugna un altro cartone e tracanna un lungo sorso. Ha un conato, respira, beve ancora e si guarda di nuovo intorno.
Racimola dei tappi di bottiglia, due lattine, un rotolo di carta igienica, una candela e assembla tutto in un piccolo altare contornato da cartoni e fogli di giornale. Poi fruga nelle tasche ed estrae due monete, le posiziona al centro dell’altare, con un fiammifero accende la candela, svuota un mozzicone di sigaretta e cosparge tutto di tabacco.
China la testa e intona un litania.
Oh madre delle lame, che nun sai perdonà
M'hanno trafitto er core e sò rimasti a guardà
Oh madre delle lame, tu me poi consolà
Io te farò n'artare e te verrò a pregà.
Il racconto “Madre delle lame” vinse un piccolo concorso letterario anni fa, oggi l’ho ritoccato ed editato, è ispirato alla canzone dei miei meravigliosi amici del Muro del Canto, Madonna delle Lame, capitanati dall’incredibile voce di Daniele Coccia Paifelman.




Molto forte!🔥❄️
♥️