Un CD
Come si costruiscono i ricordi oltre le parole?
Oggi la musica scrive memorie.
Mio figlio Cesare si sveglia ogni mattina alle cinque e cinquantotto quando ancora l’alba non si vede.
Bevo il caffè, lui beve il latte, stringe il biberon con le piccole mani come se non bevesse da giorni, io mangio le uova e lui con i suoi sette denti prova a masticare i biscotti. Quando apro il computer e sfioro il trackpad ride perché capisce che è arrivato il momento e io guardo fuori che è buio e dentro casa sembra invece tutto illuminato intorno a noi. Ho creato una playlist per lui a cui aggiungo o tolgo canzoni di mese in mese. Fuori è ancora silenzioso quindi nella penombra la musica costruisce ricordi indelebili senza distrazioni, anche perché la sorella e la mamma dormono e siamo solo io e lui.
Non ho più tempo per me e questo mi distrae e a tratti mi innervosisce ma come le briciole di biscotti Plasmon tutto viene spazzato via da Cesare che a metà latte lancia il biberon, io lo raccolgo, mi rialzo, e comprendo che lui come la sorella sono il tempo nuovo per me e schiaccio play.
Parte la voce francese di Willy William, “Ego” e l’attacco è un carillon. Cesare spinge via il biberon, alza le mani, alza la testa, inizia a ondulare con la bocca spalancata rantolando per il mocciolo come un piccolo cinghiale.
Mirroir
Quitte à devenir mégalo
Viens donc chatouiller mon ego
Allez allez allez
Laisse moi entrer dans ta matrice
Gouter à tes délices
Personne en peut m'en dissuader
Allez allez allez
(Specchio, a costo di diventare megalomane, vieni a solleticare il mio ego, andiamo, andiamo, andiamo. Lasciami entrare nella tua matrice, assaggiare i tuoi delizi, nessuno può dissuadermi, andiamo, andiamo, andiamo.)
Lascio raffreddare un poco il caffè americano mentre Cesare balla e tra un mese compirà un anno e mi chiedo se ricorderà mai questi momenti quando il suo io sarà strutturato, quando a differenza mia avrà una direzione chiara e non sarà l’ego a comandarlo a lungo rispetto a ciò che desidererà essere. Ecco questi di oggi forse non saranno ricordi nitidi, svaniranno. La memoria li seppellirà come semi però e magari fioriranno in un sorriso annidato sotto pelle un giorno qualsiasi nel futuro, in un brivido che gli scorrerà nel sangue quando farà sentire la sua musica ai suoi amici, alla sua fidanzata ai suoi figli o da solo nel mondo proprio quando io non ci sarò più. E vorrei essere disciolto dentro di lui con le parti migliori di me come musica ascoltata mille e più volte.
“Ego” finisce, il cantante fa un inchino e subito inizia “The Sound of Silence”, non la versione originale di Simon & Garfunkel ma la cover dei Disturbed. Cesare si ferma. Io poso la tazza. Lui mi guarda e piano, delicato, oscilla dentro il pigiama blu accompagnato dalla voce unica di David Draiman. Cesare questa volta non riprende il biberon e segue la melodia del pianoforte crescere, fuori il buio inizia a schiarirsi e lui oscilla, muove il collo e mi guarda e non c’è altro suono oltre il silenzio del nostro sguardo.
“Hello darkness, my old friend
I’ve come to talk with you again
Because a vision softly creeping
Left its seeds while I was sleeping
And the vision that was planted in my brain
Still remains
Within the sound of silence”
(Ciao oscurità, vecchia amica, sono tornato a parlare con te ancora una volta, perché una visione che strisciava lieve ha lasciato i suoi semi mentre dormivo, e la visione che è stata piantata nel mio cervello rimane ancora, nel suono del silenzio.)
La voce si dissolve e io riprendo il caffè. Finisco le uova e lui il suo biscotto e rimaniamo in silenzio. Lui in ascolto di qualcosa che ancora non comprende, io in ascolto del respiro che rallenta prima di immaginare che anche lui un giorno saluterà la sua oscurità, una, due, dieci volte dovrà fare i conti con la sua esistenza e con la sua ombra e io vorrei solo tenerlo alla luce sempre ma non sarebbe giusto, sarebbe una violenza, significherebbe permettergli di vivere solo un pezzo di sé e allora bevo i rimasugli polverosi di caffè che mi grattano la gola per distrarmi.
Gna! Dice.
Siamo a dodici minuti di musica che a me sono sembrati sospesi nel tempo e la colazione l’ho finita. Passo a Cesare il quarto Plasmon perché con la bocca mima la parola pappa. Distratti non ci accorgiamo che parte la canzone successiva.
Ahhhhh. Grida.
Shhh Cesare, dormono tutte. Dico.
What I’ve felt, what I’ve known
Never shined through in what I’ve shown
Never be, never see
Won’t see what might have been
(“Ciò che ho provato, ciò che ho conosciuto Non è mai trasparito in ciò che ho mostrato Mai essere, mai vedere Non vedrò quello che sarebbe potuto essere”)
Alborosie con Raging Fyah, “The Unforgiven”, cover dei Metallica.
Picchietto le dita sul tavolo il ritmo della base della canzone e canto, lui applaude e muove la testa lenta avanti e indietro e io sorrido e lui sorride di riflesso e penso che vorrei brillasse in lui la stessa luce che non serve ostentare al mondo, ma che essa riesca ad arrivare alle persone semplicemente guardandole negli occhi perché per me non è sempre stato così e si vedono ancora i riflessi di alcune ombre.
Dovrei farne un Cd di questi ascolti, ma chissà se esisteranno ancora i Compact Disc quando lui avrà un desiderio inaspettato di ricordarsi di me.
Tamburello ancora la base e Cesare batte le mani sul seggiolone mentre la canzone svanisce e il sole ormai illumina del tutto la stanza.
A terra intorno al tavolo ci sono briciole e pezzi di biscotti e la gatta Minerva se ne ruba un po’ e sento dei passi piccoli e veloci correre verso la sala da pranzo.
Mi guardo intorno, Cesare guarda la porta.
Attacca “Vittima” di Marracash. Non era prevista, deve essere partita casualmente e nei miei occhi mi prude il movimento di un velo d’ombra. Cesare tira indietro la testa, mi guarda muovendo una mano.
Mi avvicino al seggiolone e lui inizia a ridere, vedo i suoi sette denti bianchi e sono a distanza sufficiente per sentire il suo odore candido di pelle e biscotti e sento dei passi, dalla porta si affacciano Amelia e Domitilla.
Marracash! Dice Amelia.
“Le tue radici recidi
Da vittima
Se lo subisci e lo infliggi
Sei vittima
Tutti smarriti
Feriti in profondità
Chi lascia il passato
E chi non ce la fa
Non mi convinci ti esprimi
Da vittima
Questi vestiti cuciti
Da vittima
Se lo decidi
Ti pigli quello che verrà
Nessuno si prende responsabilità”
Le guardo, guardo Cesare, loro sono le mie forbici quotidiane per recidere il passato, per godere il presente. Le memorie che sto costruendo ne affilano le lame ancora intrise di vittimismo.
Amelia e Domitilla si avvicinano e Cesare emette un suono simile a un pupazzetto così felice che quasi non riesce a ridere e Amelia lo abbraccia e lui che ha imparato da poco ad accarezzare, la accarezza.
Allontano il telefono per prenderli in braccio e lo schermo si illumina.
Per un istante mi vedo riflesso e colgo un frammento, un attimo in cui un’ombra volteggia sotto il vetro e svanisce nei miei occhi riflessi, è davvero un microsecondo, poi appare di nuovo il mio volto che si apre in un sorriso appena Amelia mi bacia sul collo, Cesare mi sbava la guancia, Domitilla preme il suo viso sul mio e le forbici si chiudono su di me, rovistando sotto pelle in cerca delle mie ombre.
Questa puntata di SottoZero mi è venuta in mente da questa nota scritta su Substack due domeniche fa; la trovi cliccando QUI.
Se anche tu hai qualcosa che è rimasto sottozero, una memoria difficile da scovare, un ricordo che vuoi far riaffiorare puoi rispondere a questa mail.




Avrei voluto fermare il tempo in un ricordo-racconto anch’io quando erano piccoli i miei figli. Ora che hanno già 3 e 6 anni come dici tu il loro ego è già bello strutturato e purtroppo “tempus fugit”…Grazie per la tua condivisione 🙏
Stupendo!❤️👏