Un cerchio
Esiste una geometria precisa per ciò che non siamo diventati.
Quando scegli una strada, le versioni di te che sarebbero potute essere in altre vite non svaniscono del tutto, si comprimono e si disciolgono altrove.
Al penultimo bivio nel bosco, verso il casale, ho cambiato strada.
Accosto, muovo il telefono, il GPS non prende. Mi hanno sconsigliato di arrivare dopo il tramonto perché il casale dove sono diretto è immerso nel buio e non c’è campo. Ma questo a casa non l’ho detto.
Ho bosco tutto intorno. Non so se scendere dalla macchina per capire se riesco a vedere meglio tra gli alberi.
Potrei tornare indietro, ma ho percorso chilometri su questa strada che è sicura e porta dove so di voler andare ma non offre altro che bosco, bosco, alberi e rovi. Ma è la strada che ho scelto. Potrei però imboccare la via sulla destra, è più dissestata di questa e magari taglio, magari è più suggestiva, inaspettata, magari non è solo terra, alberi, tronchi.
Sarebbe dovuto essere un weekend di scrittura. Tempo vuoto da riempire di parole, tempo che non ho più da tanto tempo.
Guardo il sentiero sulla destra.
Cosa potrà mai succedere? Dico.
Scendo dalla macchina. La foresta è una di quelle con gli alberi dai tronchi fitti e sottili, lunghi, i rami crescono dal basso in orizzontale e si piegano al vento, si mischiano al sottobosco increspato di cespugli di rovi e foglie ingiallite. A terra c’è ancora il fango delle piogge della mattina, si appiccica alle scarpe mentre mi muovo e strofino le mani per il freddo. La luce gioca tra i tronchi affievolendosi prima della sera, è l’ultimo respiro del giorno.
Giro su me stesso, c’è silenzio e il silenzio totale in una foresta, almeno da quanto ho visto nei film, è anomalo. Scruto tra gli alberi qualche segno di civiltà e, in effetti, pochi metri dopo l’inizio della strada dissestata c’è un cartello in parte ricoperto di ruggine, in parte da rampicanti.
Guardo l’ora, sullo sfondo la foto di mia figlia Amelia. 19:37.
I piedi affondano nel fango, premono ai lati la poltiglia marrone che incrosta la superficie dei miei stivaletti, ogni passo un gorgoglio per via delle piccole pozze nascoste sotto terra. Il cartello è in acciaio, arrugginito dal tempo. Con una mano pulisco la superficie dalle piante.
“La radura”
Beh, sicuro un agriturismo o chissà. Dico.
La curiosità è un filo che muove il desiderio, la certezza che l’inaspettato rinvigorisca i momenti in cui la strada principale sembra dovere e null’altro. Risalgo in macchina, ingrano la retromarcia, faccio una manovra e imbocco la stradina.
Ci provo. Dico.
Le ruote scivolano schizzando fango tutto intorno e tengo il piede sulla frizione.
Male che vada, torno indietro. Dico.
Il bosco si stringe sul sentiero, si schiude uno spazio appena sufficiente per la macchina che sobbalza mentre la luce scompare, non so più se per l’orario o per i tronchi stipati uno vicino all’altro a creare un muro di legna. Accendo l’aria calda per spannare il vetro. Lascio il volante per indossare la giacca e la macchina sterza appena, da sola; riprendo la presa prima di sfiorare un grosso tronco sul lato della strada.
Guardo l’ora, sullo sfondo la foto mia e di Domitilla l’estate scorsa. È bella, penso. 20:12.
Finisco dopo poco in uno spazio ampio, una radura circolare e la pelle mi si ricopre di un prurito vischioso, energico, elettrizzante, fermo l’auto sterzando appena.
Il prato è irregolare, ambrato, disseminato di cespuglietti sparuti che ne ondulano la superficie, tutto intorno pendono alberi appena piegati verso il centro come se fili invisibili li tirassero tutti verso un unico punto, si vede appena appena il cielo buio tra i rami spelacchiati.
A catturare la mia attenzione è una pozza nel mezzo della radura.
Sarei dovuto arrivare da un pezzo. Prendo di nuovo il telefono, non guardo lo sfondo ma solo l’ora. 20:42.
È mezz’ora che sono in questa radura? Dico.
Intorno alla pozza oscilla una corona di erba bassa, giallognola, appena umida. Mi avvicino e la pelle vibra, i peli si drizzano come se mi tirassero braccia e gambe verso l’acquitrino ed è come se mi squamassi, come se la pelle non resistesse alla gravità ed è incredibile.
A ogni passo il silenzio intorno genera un fischio dentro le orecchie che trapassa entrambi i timpani, porto le mani sui lobi, la pelle si stacca, le braccia non hanno più il primo strato epiteliale e sono quasi sulla pozza e se ho cambiato strada è perché fuori dalla linea retta ho creduto si celasse il desiderio, il mistero e poi ho sempre paura di procedere sulla strada che ho scelto di tenere, illudendomi sia la normalità ad uccidere parti di me.
Il tocco della verità, del silenzio, della mortificazione del non scelto ho creduto fosse fonte di vita.
Ma cosa sto dicendo? Dico.
Guardo il telefono. Sullo sfondo mio figlio Cesare mi sorride con due denti ben in vista. 22:45.
Mmh, ma non è possibile, le dieci e tre quarti? Dico.
Posso sentire i tendini bagnarsi dell’aria intorno e incendiarsi di prurito, privi di pelle. Le braccia non sono altro che ossa e lembi di carne ormai, il petto, gli addominali non hanno quasi più polpa ed è come se i tessuti si sciogliessero attratti dal cerchio a terra.
Le cavità degli occhi pizzicano e credo una lacrima o più di una colino giù fino alle ossa che gelano al contatto.
Cosa ho fatto? Dico.
Cerco di tirarmi indietro ma è impossibile, tutto ormai mi attrae nella pozza.
Gli ultimi pezzi di carne si staccano, sporgo appena il teschio che resta del mio volto nell’acqua scura, densa, che oscilla riflettendo zigomi di ossa e due occhi cavi.
È acqua costellata di luci, piccole galassie che fluttuano, un universo direi, una striscia bianca di polvere stellare che somiglia alla Via Lattea si snoda tra ammassi luminosi. Avvicino un dito, le falangi scheletriche puntano l’oscurità, è disturbante il suono che nelle orecchie cresce a ogni mio movimento.
Questo succede se si cercano le vite che non ci spettano? Dico.
Tra le stelle schizza una minuscola ombra, ritraggo subito il dito. Poi altre ombre rimbalzano tra le galassie colorate e un pianeta rossastro, una stella opaca che sembra la luna e miliardi di altre costellazioni. Il nero cosmico nel cerchio vibra morbido, in attesa.
Guardo il telefono, mi scivola a terra. Lo schermo spento non ha più immagine di sfondo, solo quattro zeri. 00:00.
Poi le ombre saltano fuori, coperte di capelli del mio stesso nero, di pelle bianca e trasparente, denti consumati e occhi cavi, tutto disegnato dentro lineamenti stilizzati di me.
L’attimo in cui sento gli occhi incontrare i loro, ciò che resta del mio corpo consumato dal dubbio si scioglie in un liquido oleoso. Le ombre danzano intorno, si liquefanno, confluiscono in me come rigagnoli viscosi e scorriamo via nel cerchio, nel profondo e sconfinato non vissuto, disciolti in un tempo che non saprò mai.
Non perderti nel mio freddo, ripercorri qualcosa:
☕ Sulle Note: Il barista Danilo serve giri di parole quotidiani. Un suo caffè
🥃 Il punto di partenza: Una bottiglia di rum
📚 La messa in scena di questa domenica: Uscita per l’inferno
❄️ Cos’è questo posto: About Sottozero
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Vedi di rigare dritto sulla strada giusta e non ti succede niente 🤣♥️
Bellissimo!💚