Un dito mozzo
Siamo le nostre colpe o siamo l'ultima cosa che salviamo?
Il tempo è un meccanismo capace di fermarsi nei momenti esatti in cui tutto va in frantumi.
Quest’uomo che ho incontrato non ha un nome, non potrei comunque rivelarlo.
Guida ubriaco, guida molto veloce perché ha perso tanti soldi alle macchinette, tanti soldi quanto l’ammontare di tutti i suoi stipendi.
Ed è un impiegato di buon livello.
Se guidi da solo poco dopo l’alba quando Roma è deserta, credi forse di essere un imperatore o di poter fare come un imperatore e quindi di essere eterno. O forse sei solo quello che sei.
Guida e davanti a lui c’è un semaforo appena diventato rosso. Lo stesso rosso del rossetto di sua figlia di undici anni che non vede da un po’ e lui che va veloce e che sa anche amare a modo suo e che non regge determinate vergogne, preferisce correre via e non dire che ha perso anche la casa dove vivono. Non può spiegarlo alla figlia. La moglie lo ha già lasciato, si tratta solo di poco tempo perché se ne vada di casa.
Quando un imperatore perde un pezzo alla volta il suo impero, l’unica decisione saggia è suicidarsi.
Ma il nostro uomo, sui quarant’anni, non è un imperatore e la sua vita va alla grande, racconta spesso, qualche problemino certo, ma non sarà di certo un rosso a togliergli la vita mentre gli occhi si bagnano di lacrime.
Così l’uomo, o padre, o marito, spinge sull’acceleratore come a dire vedi io ci sono e di certo nulla può fermarmi, figuriamoci un rosso o l’aver perso tutto.
A quell’incrocio, però, sta per passare un ragazzo con una moto molto grossa a velocità sostenuta. Il ragazzo, di suo, non possiede ancora nulla da perdere.
Così il semaforo per lui è verde, il padre gli ha insegnato di rallentare e guardare comunque le strade che incrociano i semafori verdi perché non si sa mai, non sai mai chi potrebbe arrivare. In particolare a Roma che non è assolutamente paragonabile al paese da cui proviene la famiglia del ragazzo; luogo ameno abitato da poche migliaia di anime dove l’unico semaforo è su, fuori, verso la stazione del treno.
Lui però, dietro di sé, sulla sella comoda, porta una compagna universitaria. Lei lo stringe e le unghie gli si piantano nella felpa quando arrivano a pochi metri dal verde. È come se l’atmosfera contenesse passato, presente e futuro disciolti in segnali impercettibili. Lei sente i polpastrelli pruderle e stringe.
Gli sta dicendo che lo ama. Che lo ama per la prima volta come non ha mai amato nessuno e lui è felice, nella maniera più semplice, di quelle che ti fanno dare gas alla moto perché tutti i semafori verdi sono un'autostrada per l’amore che li attende in spiaggia al mare.
Così lui leva una mano dal manubrio per un istante e stringe il palmo di lei, ma sa che c’è un semaforo e, per quanto sia verde, la mano è bene tenerla sul manubrio proprio mentre raggiunge l’incrocio e fa per superarlo a buona velocità.
All’incrocio in cui l’energia sta confluendo, c’è anche un clochard.
Lui sta buttato per strada all’angolo, neanche beve come è solito fare, non vuole vomitarsi sui vestiti che gli hanno appena dato alla Caritas.
Ci sono vite che si incrociano per pure casualità. In alcune casualità specifiche, come anche per alcuni amori, la specialità di quel momento è il tempo che si inceppa. È così forte l’energia o l’amore o anche la morte, che dove si manifesta quell’incrocio di flussi, quel luogo esatto diventa polarizzante. Il tempo si incastra come quando un video su YouTube fatica a caricarsi.
Il clochard vede la moto con il centauro e il casco dietro di lui con la stessa nitidezza con cui vede l’auto che arriva sparata. Decide di fare una cosa che nessuno si aspetterebbe.
Dalla parte opposta alla sua una madre sta pulendo il naso al figlio sul passeggino. Arrossa la pelle del bambino strofinando troppo forte la salvietta umida. Sente la musica mentre sbriga questa piccola faccenda.
Il tempo in quell’incrocio, in quell’istante, si ferma mentre l’uomo nella macchina lanciata a tutta velocità alza il volume fino a coprire ogni rumore intorno e supera il rosso, il ragazzo in moto supera il verde e il clochard attraversa la strada gridando alla donna con il bambino.
Tutte le mattine, mentre porto Cesare al nido nella piazzetta davanti alla strada dove c’è la scuola, incontriamo un grosso signore che vive in strada. Sempre sulla panchina, alle 7:58, sempre seduto a guardare l’incrocio. Tranne quando piove.
All’inizio ci guardava solo dopo che lo avevamo superato, passavamo, attraversavamo e continuava a fissarci. Passata la prima settimana ha iniziato a guardare prima me, poi Cesare, poi Cesare, poi me. Ora capitano mattine in cui ho tempo, lascio Cesare e offro all’anziano il caffè.
Parla veloce, si mangia le parole e le ripete. Mi ha raccontato una storia. Poi mi ha chiesto:
Ma per te, secondo te, proprio per te, devi rispondere e rifare questa domanda a tutti quelli che vuoi ma prima tu me lo devi dire. Secondo te, un uomo, un uomo tipo me o te magari, tipo noi, va giudicato per quello che è ora, adesso, in questo momento tipo tu che giudichi me da queste chiacchierate, o siamo la somma di tutti i noi che nel tempo si sono susseguiti e il giudizio è la somma di tutti quei noi? dice.
Lo scontro è totale.
Muoiono tutti. Svaniscono. In quel frangente di oblio scompaiono tutti e sei: il bambino con la madre, i due ragazzi in moto, l’uomo in macchina e l’anziano clochard, sbalzati ovunque per poi diventare un tutt’uno.
Ma il diavolo esiste e l’uomo in macchina, proprio lui, si salva. Lo estraggono dalle lamiere, respira ma ha perso un dito, tagliato di netto forse dai vetri in frantumi.
Non faccio in tempo a rispondere alla domanda dell’anziano che lo vedo guardare lontano. Tiro a me il passeggino con Cesare. L’uomo si alza, va verso la strada e si mette sulla carreggiata, alza le braccia, un motorino frena, scivola e lo prende in pieno. Il suo grosso corpo rovina a terra e giurerei di aver visto un sorriso prima che sbattesse la testa sui sanpietrini.
Anche il ragazzo è a terra vicino al motorino. Pochi metri più avanti una donna in bicicletta con una bambina seduta nel seggiolino è ferma in mezzo alla strada, dove non ci sono le strisce. Le mani le tremano. Pianta i piedi a terra.
Il motorino avrebbe travolto la bicicletta se non fosse stato per l’anziano.
Corro da lui. Del sangue gli scende dalla testa e tiene gli occhi aperti. Qualcuno deve aver chiamato l’ambulanza, io gli prendo la mano.
Tranquillo. Dico.
Lui accenna un sorriso e mi stringe il palmo. La stretta è morbida, qualcosa nella sua mano però non mi torna. La guardo avvinghiata alla mia, la accarezzo. Gli manca un dito, il medio, la falange è richiusa su sé stessa dal tempo e dalla pelle sigillata da due calli.
In lontananza poco dopo il suono dell’ambulanza si avvicina.
Adesso, tu, ora, per cosa mi giudichi? Per questo o per quello che ti ho raccontato? dice.
Non perderti nel freddo:
☕ Sulle Note: Dove Danilo serve i giri di parole quotidiani. Un suo caffè
🥃 Il punto di partenza: Una bottiglia di rum
📚 La messa in scena della domenica: Chuck Palahniuk - Diary
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Bella scrittura. Complimenti.
Credo fortemente in queste storie di redenzione e non smetterò mai di farlo. Bella scrittura!