Un machete
Sull'amore
SottoZero attraverso la scrittura evita si congelino argomenti complessi e quando un ricordo affiora o un racconto viene a galla, le parole fanno il loro dovere.
Pezzi d’amore.
La mano sfiora il palato, la gola, la trachea, solletica i polmoni, prima uno poi l’altro e mi sembrano due spugne, lo sterno duro preme sul dorso, poi il cuore tra le dita, eccolo. È più duro di quanto pensassi. Non ne ho mai tenuto uno in mano. Ne strappo un lembo, viene via e lo adagio sul letto per farlo battere insieme al tuo. Poi giù di nuovo, palato, trachea, polmoni. Del polmone sinistro ne tiro via un pezzo grande quanto una noce, lo tiro su e tossisco, tossisco tante volte e lo avvicino alla tua bocca. Si impregna del tuo respiro, lo vedo che si gonfia, brilla. Lascio fare per un po’. Poi lo riprendo, lo rimetto dentro di me al suo posto per far respirare il mio sangue del tuo respiro ogni giorno, senza tregua finché non dovrò rifarlo, finché i polmoni non confonderanno il mio respiro con il tuo.
Prima di andare via ti guardo, dormi. Esco dalla stanza, sbatto la testa al muro una, due, tre, quattro volte; torno da te, il volto rosso si copre di sangue ma tu non ti sei accorta di niente e all’altezza della tempia la carne e il cranio si sono aperti. Ci infilo dentro tre dita come se dovessi sgusciare un fico maturo.
Torno indietro e adagio un pezzetto di cervello sul cuscino; gocciola, ecco, lo lascio a pochi centimetri dalla tua testa. Così sogno i tuoi sogni anche quando sono sveglio o quando dormo lontano da te. Forse nel sonno sorridi. Mi gratto all’altezza degli addominali, gratto la pelle, i muscoli, il sottile strato di grasso fino ad arrivare al fegato e me ne strappo un angolino così da metterlo sulla tua pancia per lasciar colare la rabbia, quella che ogni tanto mi esce fuori, così, vicino a te, già la vedo che inizia a colare giù nera e io mi sento meglio, tu accenni un movimento e ti metti su un fianco. Cammino a fatica, non è stato facile, doloroso direi. Provo a uscire, un passo alla volta, lascio dietro di me una scia di sangue ma non è niente di spaventoso, connessioni, filamenti che vediamo solo noi.
Una scia rosso rubino per sentirti ancora di più mentre mi allontano. Sanguino, che ci posso fare?
Mi do uno schiaffo sulla testa, stupido penso, mi giro e corro e torno su da te ma tu dormi ancora non hai sentito la porta sbattere. Alla fine ti svegli, hai l’odore delle fragole primizie, lo sento nel respiro. Ti guardo aprire gli occhi, ti bacio, ti faccio cenno di aspettare e vado in cucina dove tieni il machete per tagliare la carne che di solito prendi intera, lo impugno con la mano destra. Apro la mano sinistra, la stiro. Colpisco con il machete, mi taglio quattro dita all’altezza delle falangi.
Mi scuso per averti svegliata, tu sorridi e mi accarezzi la mano. Mi siedo sul letto, intreccio le dita mozzate alle tue come fanno i marinai con le corde, così mi stringi quando non ci sono. Ti guardo. Forse non ti basta o forse non basta a me.
Allora infilo due dita della mano integra dentro l’occhio, spingo, le faccio ruotare intorno al bulbo oculare per estrarlo, una volta fuori lo appoggio sul comodino così posso guardarti da tutte le angolazioni della stanza quando non ci sono. E tu puoi guardare me quando ti senti sola.
Guercio, senza dita, malconcio, con il cuore strappato, senza mezzo fegato ti accarezzo e vado via sorridendo, respiro almeno il tuo respiro.
Mi siedo sulle scale per la fatica, solo qualche istante, mi serve ma non voglio tu lo veda. Poi mi alzo di scatto, stavo per dimenticare la cosa più importante. Torno indietro, saltello, mi scrollo, vibro come se avessi convulsioni, eccola, mi scrollo di nuovo, eccola che viene via.
Seguo l’ombra sfilarsi dal mio corpo, esce dalle ferite, dalla bocca, dall’occhio, dalla pancia. Ti avvolge e ti entra sotto pelle. Io me ne vado, non so bene dove.
Perdo troppo sangue mi sa, scivolo per le scale e mi perdo in strada, senz’anima è tosta, mica lo so se mi rialzo; ma, almeno tu, continui a vivere con la parte migliore di me.
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Tosto!❤️👏
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