Un pelapatate
Sul sentire
SottoZero attraverso la scrittura evita si congelino argomenti complessi e quando un ricordo affiora o un racconto viene a galla, le parole fanno il loro dovere.
Non sentire è solo una questione di temperatura.
L’altra mattina all’alba ha iniziato a fare freddo in casa, eppure dormivano tutti tranne me. Sono sceso dal letto e ho preso il computer, ho portato la temperatura del termosifone a ventiquattro gradi e mi sono seduto.
Sento ancora freddo. Ho detto.
Fuori pioveva e forse questo ha inciso sull’umore. Poche ore prima, mentre cercavo di addormentarmi leggendo la vita semi romanzata di Philip Dick, ho compreso che finché non sai di cosa sei fatto, non stai vivendo davvero.
Dick inizia così le sue confessioni: Io sono fatto d’acqua. Non ve ne potete accorgere perché faccio in modo che non esca fuori. Anche i miei amici sono fatti d’acqua. Tutti quanti. Il nostro problema è che non solo dobbiamo andarcene in giro senza essere assorbiti dal terreno ma, anche, che dobbiamo guadagnarci da vivere.
Di cosa sono fatto io che nulla sembra assorbirmi mai davvero? Cosa sono prima di essere tutte le cose che ho scelto di essere?
Dal libro Confessioni di un artista di merda di Dick si evince che per comprenderlo devi scuoiarti via un pezzo alla volta le maschere che ti sei costruito nel tempo, per trovare la tua polpa acquosa ed evitare così di trasformarti nell’ennesima riproduzione umana sbiadita.
Il punto è come si fa quando la polpa non si sente, quando sembra di non avere una sostanza ma solo maschere?
Sono andato in cucina. Voglio vedere perché a me non riesce di essere come l’acqua. Ho preso il pelapatate che mi regalò Domitilla qualche anno fa e che mi dà fastidio usare perché preferisco i coltelli.
Poi sono andato in bagno, mi sono chiuso la porta alle spalle e piantato davanti allo specchio ho avvicinato il pelapatate al viso.
Dick dice, sempre nel libro di prima, che il corpo è la tomba dell’anima.
In quel momento la porta ha scricchiolato e ho tirato via la mano e ho creduto fosse mia figlia Amelia ma no, era uno dei due gatti.
Ho riposizionato il pelapatate a pochi millimetri dal viso.
Voglio vedere la polpa liquida e densa di cui è fatta la mia anima. Ho detto.
Il primo strato di pelle è venuto via subito, classico, quello che conoscono tutti insomma, le lame sono atterrate come burro e via la prima maschera formale, amicale, indossata la maggior parte del tempo. Via, nel lavandino. Un po’ più complesso il secondo strato, quello che non tutti hanno visto, più duro per via dei tessuti muscolari ben aderenti e anche per un utilizzo parco ma persistente della maschera; ho dovuto spingere le lame che hanno premuto sui muscoli prima di tagliarli, attento a non recidere di netto i filamenti interni, alla fine però è venuta via, un bel volto cordiale e istintivo, misurato e a tratti un po’ perso, utile per restare sospeso in un limbo di non scelta quando incalzato. Il terzo strato si è rivelato un volto unto di entusiasmo ed energia, un calco adiposo con le mie sembianze, quello che esce fuori raramente, ben sommerso ma ancora vivo, un volto consistente ma costellato di paura, incapace di alleggerire il peso dell’esistenza. Quasi non me lo ricordavo questo strato, espresso solo in situazioni specifiche.
Devo trovare l’acqua, però. Dov’è l’acqua di cui Dick parla? Ho detto.
Ma la mia immagine riflessa non ha risposto.
Così ho sciacquato le due lame e ho seguito il fluire via dei miei volti nello scarico. Ora la mia faccia allo specchio è un fascio di muscoli mimici intrecciati con una rete di cavità, il tutto contornato di uno spesso strato di nervi raggrumati, arrotolati in un’unica espressione. Ho passato la doppia lama del pelapatate spingendo con forza perché non c’era verso di tirarla via, una maschera di rabbia. Una densa e nodosa rete d’ira da dover grattare, un moto che sporadicamente è emerso a fior di pelle, un volto di disinteresse aggressivo, una maschera priva di controllo quasi sempre celata qui giù; la riconosco bene, aderente come muschio su pietra su quello che credevo fosse il cranio.
Se non fosse stato per le mani sporche di sangue, avrei anche lasciato la porta aperta. Avrei voluto dire a chiunque si fosse svegliato della mia famiglia: oh tranquilli, sto solo scommettendo su di me, sul fatto che anche i miei desideri sono fatti di acqua e potrete assorbirla, goderne, e potrò immergervici, è solo la mia anima! Ma non avrei saputo spiegare alla mia famiglia qualcosa di simile.
Se vi ho deluso è per colpa di queste maschere così bene aderenti al resto. Ma ora le levo e vedrete che bello che sono. Avrei detto.
Ho buttato un occhio allo specchio sui capelli neri, nerissimi. Sul volto una distesa di nervi rossi di rabbia, un po’ mi sono fatto impressione con questi occhi che quasi cadevano dalla faccia senza più pelle e palpebre. Ho spinto le lame sui fasci nervosi, scorticando e raschiando via tutta la carne intrisa d’ira, del profumo di persone incontrate cui l’ho mostrata. Via tutto nel lavandino. Ero certo di ritrovarmi bambino una volta tolta la rabbia, pronto ancora ad essere assorbito e a lasciarmi assorbire.
Ma sotto, sotto non c’era il cranio dipinto d’amore colmo d’acqua viva che cercavo, ho trovato un volto identico al primo strato di sempre, di vetro però. Ho fatto un passo indietro. Mi sono toccato le guance, la fronte, il naso. Gelidi. Ho seguito con i polpastrelli i lineamenti e mi sono guardato allo specchio capendo non fosse vetro, ma una maschera di ghiaccio. Ho provato a bussare come si farebbe alla finestra di un amico caro, il suono pieno e denso mi ha inquietato.
Non vorrei mi vedessero così. Non voglio vedermi così. Ho detto.
Poi ho sentito dei passi.
L’aria in bagno mi è sembrata più calda all’avvicinarsi del rumore. Alla fine l’ho sempre saputo. Ci ho costruito una newsletter, un lavoro, uno stile. Per non essere mi sono congelato e ci ho indossato su strati di maschere.
La porta ha cigolato. Il caldo in bagno è esploso.
Papà. Ha detto.
Non mi sarei potuto girare, ho posato piano il pelapatate nel lavandino, non volevo mia figlia Amelia mi vedesse così.
Amelia, arrivo subito. Ho detto.
Che fai? Ha detto.
Niente, arrivo subito. Ho detto.
Stai piangendo? Ha detto.
No, lo sai che piango raramente. Ho detto.
Girati. Ha detto.
Lei da quando è nata ha il potere di emanare calore. Era un po’ che non ci facevo caso, preso da suo fratello Cesare, dal lavoro, dalla scrittura, da Domitilla.
Così mi sono girato.
Papà! Ha detto.
Ecco, ora, ora lei si spaventerà. Ma quei suoi occhi uguali ai miei, più femminili e brillanti, non si sono spostati di un millimetro.
Ma sei bellissimo! Ha detto.
Bellissimo? Ho detto.
Sembri un bambino, sei come un bambino grande però con gli occhi pieni di acqua verdissima. Mi abbracci che c’ho freddo che tu mi scaldi sempre? Ha detto.
Tu vedi questo? Ho detto.
Sì papà! Dai mi stritoli però!?Ha detto.
Abbassandomi mi sono girato verso lo specchio, ho guardato di nuovo il mio riflesso per pochi istanti, incredibile. Con il caldo intorno e gli occhi pieni d’acqua ho preso Amelia tra le braccia e l’ho stritolata.
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ok, sono impressionata, e anche un po' spaventata.
Una meravigliosa scoperta di sé!