Un teschio
Della morte dell'amore
C’è un teschio perso nel freezer, congelato. Lo tiro fuori, è di una donna. È ora di lasciare che si scongeli.
Apro la bocca e prendo il tuo bacio e sei così calda che quanto di bello c’è nel mondo scivola nel tuo volto incollato al mio.
Tu non te ne accorgi, io sono in piedi e tu mi baci e io con una mano alle tue spalle scrivo e le parole vengono da sole: la memoria è un riflesso di noi stessi incastrato negli occhi di un’altra persona.
Tu baci con gli occhi chiusi e io pure e succede che li apriamo. Ti vedo scavare le mie pupille come un becchino, cerchi la morte da cui io sfuggo e non posso fare a meno di vederla nei tuoi occhi e penso: sono io.
Tu non sei niente. Dici.
Io sono tutto. Dico.
Scrivo e tu chiudi di nuovo gli occhi e guardo la lettera dietro di te puntata sulla scrivania dalla penna.
Io ho scritto tante parole a tante donne e non ho mai capito che il destinatario fossi sempre stata tu, ma tu lo sai e ora senti la violenza dell’illusione.
Mi hai uccisa. Dici.
Sei ancora viva. Dico.
L’amore è il più letale dei discorsi. Dici.
Apri gli occhi e le pupille brillano scure intorno alla morte bianca che è un teschio che non ho mai più rivisto in nessun’altra. È incastonato nella tua cornea come un diamante, ha un’ arcata dentale bianca, due vuoti al posto degli occhi, ossa mandibolari, zigomi, tempie, tutto.
Tu non esisti. Dici.
E penso tu abbia ragione perché sei tu a farmi esistere.
Dietro di te c’è uno specchio, accartoccio la lettera e non voglio vedere la mia immagine riflessa.
Fai l’amore con me. Dici.
Copri lo specchio. Dico.
Ti spogli, levi l’asciugamano intorno al seno e sei nuda e ti devono aver disegnata, io mi sfilo la maglietta e i jeans.
Guardati. Dici.
Mi vedo se guardo te. Dico.
Sorridi.
Hai le mani perfette di chi vive il pensiero più del corpo, con le unghie smaltate di nero gratti dal petto la pelle e la sfili.
Alzi la testa, ti mordi il labbro che strappi, poi la pelle del volto si sfilaccia.
Seguimi. Dici.
Sfilo la pelle, sei tu a grattare la superficie spessa e hai capito che è come la muta di un serpente e ti curi di ogni mio strato e sanguino appena, non faccio altro che disfare e srotolare e ci ritroviamo vestiti di soli muscoli, di vene che si inerpicano e di arterie tese come corde di violino, tu le accarezzi e il suono che si propaga è un valzer.
Abbiamo entrambi gli occhi enormi, bulbi dilatati, scavati e neri, vuoti.
Continua. Dici.
Tiro le vene, strappo i muscoli, sei così bella che le parole non servono e dico solo che lo sei e un calore di tristezza mi riempie le vene che scottano e mi scortico tutta la carne dal corpo e vengono via gli organi e tu fai lo stesso famelica come se non mangiassi da secoli. A terra è un mattatoio e io indosso solo tristezza.
Tu sorridi e il tuo teschio è così bello e lineare che penso ti abbia disegnata l’universo e io mi vergogno.
Lo so che lo farai. Dici.
Cosa? Dico.
Polverizzarmi. Dici.
Ti avvicini e le nostre falangi si intrecciano come corde e sento il dolore che è un martello che rompe le ossa mentre le costole si arpionano le une alle altre.
Dove sei finito amore? Dici.
Sono qui. Dico.
Abbracciami. Dici.
A terra intorno alle ossa dei piedi abbiamo due cuori, due fegati, quattro polmoni e le nostre costole si incastrano come i lembi di chiusure lampo e mi tengono unito a te, alzo le braccia e ti cingo le spalle. Sulla pelle indossavi il profumo della nebbia sull’acqua, ora odori di terra.
Ti ricorderai di me? Dici.
Ti sto abbracciando. Dico.
Mi stai uccidendo. Dici.
Ti stringo a me tanto da spezzarti le costole. Il collo ti si rompe all’altezza della seconda vertebra, stringo ancora e tutte le ossa collassano, lo sterno esplode e mi ritrovo con le braccia su di me con te che rovini a terra seguita dal rumore di un mucchietto di ossa che piove.
Il tuo viso ora lo riconosco, ci siamo amati così forte in un frammento di esistenza da aver consumato la vita, l’amore e la morte.
Rido.
Sei a terra e la tua testa staccata dal mucchio d’ossa è un’oasi nel deserto.
Raccolgo il mio cuore, il fegato, i polmoni e il resto. Prendo la pelle e la stendo sul letto e qualche vena è esplosa ma posso sopravvivere, ne prendo anche una tua. Le collego al cuore e sono di nuovo in ordine.
Benvenuto al mondo. Dici.
Il tuo cuore è lì, accanto a una tibia lontano dalla testa.
Amore. Dici.
Dò un calcio al tuo cuore che rotola sotto il letto.
Mi giro, esco dalla stanza poi dal portone e fuori c’è il sole e le mie mani sono di nuovo di carne. Il riflesso nello specchietto di un motorino è il mio, il sole mi scalda la pelle. In tasca sento della carta, la prendo, la apro: la memoria è il riflesso di noi stessi incastrato negli occhi di un’altra persona.
Nello specchietto intravedo l’ombra di un teschio sprofondare giù e sparire, respiro, anche l’inchiostro svanisce dalla carta e mi dimentico di tutto. Mi incammino con un foglio bianco e le vene che di nuovo pompano sangue e mi scaldano, tutte tranne la tua, vuota e silenziosa appesa dentro di me.
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Sulla morte e sull’amore nel mondo.
Di amore e morte c’è il filmone “"Della morte dell’amore” che mi ha ispirato il titolo.
“L’amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo, le solissime degne di essere desiderate.” Di Giacomo Leopardi.
“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.” Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. - Di Cesare Pavese.
Eros e Thanatos tra psicologia e mitologia.
Dietro tutto, alla fine, c’è la madre
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Teschio in copertina come sempre di Luigi Annibaldi.




♥️
Quando leggo i tuoi scritti mi sembra sempre di vedere ogni scena, stavolta è stato un pò più difficile, i miei occhi si rifiutavano. Comunque "ammaliante".❤️