Una croce
Nessuno rinuncia al male, lo si lascia solo affogare.
Un goccio di Rum alle dieci e venti del mattino non è alcolismo. È un esperimento di lucidità necessario prima di entrare nel freddo di una chiesa, dove l'acqua del Signore prova a lavare via quello che ci rende umani: la nostra ombra.
Prima di entrare in chiesa ho chiesto al bar sulla strada di correggermi il caffè con del rum. Un goccio proprio ho detto, per aprire i polmoni, per respirare la santità, per comprendere meglio senza pregiudizi.
Così la barista mi ha messo un goccio di Diplomatico e mi ha guardato dopo aver buttato un occhio all’orologio che segnava le dieci e venti del mattino.
Non sono alcolizzato, è un esperimento. Ho detto.
Ha annuito piegando il mento.
Hai un bel sorriso. Ha detto.
Così sono uscito e me ne sono andato verso la chiesa. Ero lì per il battesimo del figlio di un mio amico di vecchia data a cui si vuole quel bene perenne, duraturo, anche se non ci si vede quasi mai. Incontrarlo è un amo che pesca ricordi nel fondo di un vulcano sopito ma sempre caldo. Le mura della chiesa erano alte, color crema, e il sole batteva fino sopra il portico che racchiudeva l’ingresso. L’interno, arredato di panche lucide e un leggìo, a differenza dell’esterno era freddo, ampio, corredato di un paio di piante e due grossi candelabri.
Ho sorriso e abbracciato il mio amico e i genitori a lungo e mi sono messo in seconda fila. Seduto con il regalo in mano e il corpo caldo, ho ascoltato le parole del parroco sulle vie possibili che gli esseri umani incontrano. Il tono autorevole e costante veniva interrotto solo dalla fotografa intenta a cercare di mettere bene a fuoco il bambino e i genitori e me e gli altri presenti; si aggirava come una lama miscredente nel mezzo della sacralità del rito. Ho immaginato che in foto sarei venuto male.
Così mi sono detto che l’ultimo battesimo cui ho partecipato è stato il mio, i miei figli non sono battezzati e credo che potranno comunque farlo da grandi se lo vorranno. Si è parlato di bene, di percorsi e di vita e poi ho guardato il prete prendere in braccio il bambino nudo e immergerlo completamente nella specie di bacinella di marmo piena di acqua. Immergerlo tutto, del tutto. Mi sono chiesto se l’acqua del Signore fosse calda o fredda. Ma il bambino strillava talmente tanto che alla fine mi sono scordato di chiedere.
Durante l’immersione mi è sembrato, ma ne sono quasi certo, che il prete abbia chiesto al bimbo qualcosa come:
Rinunci così al male? Ha detto.
No. Ho detto.
E mi sono morso la lingua. Nessuno mi ha sentito, credo, e il bambino non ha risposto perché a meno di un anno si piange e basta. Tutti hanno mosso la testa in cenno di assenso; molte signore, in particolare la nonna, le osservavo guardare il bambino preoccupate che prendesse freddo più che per il liberarsi dal male.
Come si può rinunciare al male per fede e non per esperienza? Ho chiesto.
Nessuno mi ha risposto perché a malapena ho schiuso le labbra, abbastanza però da sentire ancora il sapore del caffè impastato con il rum evaporare in una nuvoletta dalla mia bocca.
Rinunciando al male, lavano via anche me. Ha detto.
Le grida del bambino non hanno coperto la voce emersa da dentro la vasca dove era immerso.
Cosa? Ho detto.
Dall’acqua, che poi sono rimasto col dubbio se fosse calda o fredda, è uscita un’ombra.
Ombra. Ho detto.
Eccomi qui. Ha detto.
È un po’ che non ci si vede. Ho detto.
Intorno le poche persone presenti intonavano una preghiera con movimenti di labbra appena accennati, mentre la mamma strofinava il bambino con un asciugamano di spugna.
Non ti tappi le orecchie? Ho detto.
E perché? Ha detto.
Beh, ombra, male, inferno non so, non dovresti essere qui. Ho detto.
Ma io non c’entro niente con l’inferno. Niente. Sei intriso di pregiudizio. La fede è una cosa, la complessità dell’uomo un’altra. Ha detto.
E quindi tu cosa saresti? Ho detto.
Io sono la carne viva del male che loro stanno scartando. Ha detto.
So di avere un’ombra, di solito negli occhi o appena sotto pelle. Ma non l’avevo mai incontrata in una chiesa.
Forse perché in chiesa non ci vai. Ha detto.
E che vuoi? Ho detto.
Vedi quel bambino? Lui mica rinuncia all’ombra, gliela lasciano affogare. Ha detto.
Affogare? Ho detto.
Sì, affogare. Eliminano l’oscurità, ma così portano via molto di più. Quel bambino, con buone probabilità, quando piangerà da grande, verserà lacrime trasparenti e non comprenderà del tutto ciò che è. Ha detto.
Io non ho mai pianto molto, per me stesso dico. Anzi, credo una sola volta. Ho detto.
Ma per te è diverso, tu hai congelato tutto da subito, me lo ricordo ancora. E io ci ho messo anni per uscire fuori. Ma non me ne sono mai andata. Ha detto.
È il momento della comunione. Io resto fermo, mi guardo intorno, stringo il regalo, guardo i genitori del mio amico parlottare e osservo molti altri chini con le mani giunte.
Quindi l’inferno o il paradiso non c’entrano? Ho detto.
Certo che no. Sono proiezioni umane, immagini, idee. Il male è una scelta e per poterlo evitare bisogna riconoscerlo. Lo scopo è lo sviluppo di noi stessi, la realizzazione della nostra natura: è per questo che noi esistiamo. Ha detto.
Il bambino è vestito, i volti dei genitori sembra abbiano ripreso colore, come se delle corde che li tenevano tirati per l’aspettativa si fossero sciolte.
Non mi piacciono le chiese. Ho detto.
Potevi non venire. Ha detto.
Ci ho pensato. Ho detto.
E perché? Ha detto.
Resto in silenzio. La messa è finita, il prete mi guarda, io guardo l’ombra.
Non può vedermi. Ha detto.
Sicura? Ho detto.
Sicura. Ma non hai risposto alla mia domanda. Ha detto.
Dimmelo tu allora. Perché non mi piacciono? Ho detto.
Perché sei sulla tua strada e non su quella di qualcun altro. Ha detto.
E pensi sia quella giusta? Ho detto.
Penso sia quella più difficile. Ha detto.
In quel momento il mio amico si avvicina e mi abbraccia e lo stringo, lo stesso faccio con i suoi genitori. All’aperto respiro, appena il sole mi tocca il viso l’ombra al mio fianco sparisce.
Non perderti nel freddo:
☕ Sulle Note: Dove Danilo serve i giri di parole quotidiani. Un suo caffè
🥃 Il punto di partenza: Una bottiglia di rum
📚 La messa in scena della domenica: Amélie Nothomb - Meglio così
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Bello.. mi piacciono sempre i confronti tra sacro e profano.. portano sempre lunghe considerazioni "sull'io personale" su chi si è e come si è arrivati ad esserlo.
... E leggendo "La messa in scena della domenica" , che è molto bella , mi hai fatto anche venire la voglia di leggere Amelìe Nothcomb.