Una scheggia di vetro
Sul divorzio
Scongelo una scheggia di vetro rimasta a terra molto tempo fa, di quelle che non tagliano ma vengono spazzate via.
In corsivo, a parlare quando c’è, è sempre l’Ombra.
C’è questa casetta in un quartiere residenziale di Roma dove vivo con i miei genitori. Ho sei anni, forse sette, forse non me lo ricordo bene.
Siamo sul pianerottolo, mia mamma, anzi no mio papà, mette la chiave nella serratura della porta d’ingresso. Entro, faccio due saltelli sulla moquette blu che è in tutto il soggiorno stesa fino alla porta finestra che da su Roma.
Al terzo saltello segue il rumore di vetri calpestati. La casa è un quasi attico, è piccola e oltre il soggiorno c’è un corridoio breve, un bagno, la stanza dei miei genitori e una stanza che è dove dormo io.
Cerco i vetri sotto le scarpe ma non ci sono. Il rumore viene dal bagno. La luce del tramonto illumina l’open space e io sono ancora fermo al secondo saltello come se il piede sospeso dovesse scegliere le sorti del mio futuro.
Faccio per appoggiare il piede davanti. Ma mi sento tirare per le spalle. Magari mi giro e i miei si baciano e sono felici.
Silenzio.
Mi viene da piangere.
Prima di me si baciavano? Si abbracciavano? E come?
È entrato qualcuno. Dice.
Mio padre si mette accanto a me e parla a mia madre.
E se è ancora in casa? Dice.
Chi? Dico.
Mia madre lo guarda.
Un ladro. Deve averci sentiti entrare. Sarà scappato sul tetto dalla finestrella del bagno. Chiama la polizia. Dice.
Sì. Aspetta, controllo. Stai con Andrea. Dice.
Li guardo entrambi.
So cosa ha rubato il ladro. Dico.
Andrea stai buono su. Dice.
La casa è in disordine, sul divano ci sono dei vestiti e a terra diverse scarpe spaiate.
Mia madre fa qualche passo in avanti e prende il telecomando.
C’è Bim Bum Bam adesso, perché non lo vedi un po’? Dice.
Mi siedo su una sedia e guardo il pupazzo rosa, One, che appare sullo schermo; muove la grossa bocca simile a quella di una rana.
Io so cosa ha rubato, ma non posso dirvelo. Dico.
Andrea, dai, ecco papà. Dice.
Ha rotto la finestra, è come dicevi tu, è uscito da lì. La camera è una macello. Dice.
Perché non si abbracciano?
Io lo so che quello non era un ladro normale. Dico.
Mamma e papà si allontanano. Parlano di qualcosa che non riesco a sentire.
Non so come si fa a questa età a non piangere. Ma so che è l’ultima volta che lo faccio.
I miei sentono i singhiozzi e si avvicinano.
Andrea, il ladro è andato via. Sentiamo la polizia, tu puoi stare tranquillo non succede niente. Dice.
Piuttosto, chiamala. Dice mia madre.
Io mi alzo in piedi con le guance rosse che scottano, gli occhi bagnati. Gli ha rubato l’amore. Piango ed è un pianto più acuto.
Andrea, su basta. Siediti. Dice.
Mio padre cammina per il corridoio al telefono con la polizia, mia madre va verso le camere, penso per controllare se manca qualcosa. Il sole se ne è andato ed è già scesa la sera e inizia anche a fare freddo.
Mi sembrava chiusa la finestra quando siamo entrati.
Mamma, papà, tornate in salone? Dico.
È colpa tua. Dice.
Bim Bum Bam in sottofondo ora è sostituito dalla pubblicità di un enorme pennello.
Chi è? Dico.
Il “ladro”. Dice.
Dalla porta finestra mi sembra di cogliere un profilo scivolare in casa, la voce si acuisce sulla parola ladro.
La bocca mi si incolla.
Sai che mamma e papà ritroveranno i bracciali, gli anelli e i soldi? Sai che non sono io il ladro? E sai che non c’è più l’unica cosa che ti interessa? Dice.
Una luce illumina il profilo, è lungo, il naso affilato, è un uomo con gli occhi scavati, verdi, con sopra i peli sulle sopracciglia folti e sotto il naso butterato. Ha una scheggia di vetro piantata nel petto.
Mi entra qualche lacrima nella bocca seccata dalla paura, sto fermo come una statua e guardo il suo lungo dito che mi indica.
Ladro! Dice.
Non è vero. Dico.
Sei nato tu, non hai lasciato più spazio; sei impegnativo, sei faticoso, sei lagnoso e loro sono diventati due perfetti sconosciuti. Vedi come si divertivano prima di te. Fidati, salvati, rinuncia a tutto e sii un perfetto soldatino, sempre, non farli preoccupare, non farli arrabbiare e non ti abbandoneranno. Il ladro sei tu.
Gli occhi si irradiano e il profilo sfila verso la grande finestra.
Andrea! Che ci fai in piedi in mezzo al salone? Dice.
Mamma! Dico.
La polizia sta arrivando. Dice.
Intorno sembra tornata un po’ di luce, la porta finestra è chiusa, il profilo è scomparso. Tiro su con il naso.
Mamma, non è vero che so chi è il ladro e non piango più hai visto?! Dico.
Ma certo amore, bravo. Dice.
Mi dà un bacio sulla fronte e io torno davanti alla televisione e strizzo gli occhi.
Sento i miei che parlano.
Ora Andrea sta buono, fortuna. Capiamo cosa manca, io intanto pulisco. Dice.
Non capiranno mai cosa manca. Ma non piangere funziona. È una fortuna, se sono bravo sono anche una fortuna. Il profilo aveva ragione.
Guardo fuori dalla porta finestra, One di Bim Bum Bam canta, c’è un punto in cui il sole scompare e con una coda di luce illumina una serie di tetti arroccati su una fila di palazzi in lontananza, le schegge di vetro scricchiolano spinte dalla scopa.
Poi la casa resta qualche istante in silenzio.
L’occhio mi cade a terra, c’è un’unica scheggia di vetro immersa nel blu della moquette. Corro a prenderla e, attento, la butto nel secchio della cucina senza che nessuno se ne accorga. Poi torno davanti alla Tv e sorrido.
Un po’ di cose sul divorzio
Perché i figli credono perennemente sia colpa loro? Qui un link interessante.
Quanti divorziano in Italia? Qui una statistica precisa.
Audible fa una proposta di audio libri interessanti sulla fine di una relazione, qui il link.
La copertina è di Luigi Annibaldi!




Una scheggia nel cuore
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