Un'incubatrice
Il silenzio che precede il pianto è un salto nel vuoto
Oltre il muro verde acido della sala parto, il tempo si dilata e diventa un castello di vetro sospeso nel vuoto.
In sala parto a noi uomini quando si tratta di parto cesareo ci fanno entrare di spalle.
Ero tentato di girarmi e guardare. La prima parte dell’operazione è l’apertura della pancia. Se quando guardo negli occhi Domitilla vedo tutto dentro di lei, anche le ombre che lei non vede, forse avrei potuto cogliere altro annidato dentro le sue viscere, tutto quello che non capisco ancora.
Poi ho pensato che forse non funziona così.
L’infermiera mi ha spinto in avanti tenendomi le spalle girate verso il muro con le mani appena poggiate. Io ho irrigidito i muscoli, lei è rimasta ferma e ho continuato a sfilare con il naso a pochi centimetri dal muro verde acido della sala.
Mi sono ritrovato accanto a Domitilla. Di lei usciva fuori solo la testa da un grosso telo verde. Le ho preso la mano e i suoi occhi neri di terrore si sono fatti marroni.
Gli anestesisti giravano intorno. Le somministravano calmanti e antidolorifici e Plasil contro la nausea. Un grosso monitor collegato a due tubicini segnava battito cardiaco e saturazione del sangue.
Il suo viso che di solito ha la forma del sole in quel momento sembrava più un’eclissi.
Le ho stretto molto la mano e l’ho guardata negli occhi per versarci dentro tutto il coraggio possibile.
Il telo che divideva il viso dalla pancia da cui avrebbero estratto Cesare era già macchiato di sangue con strisce rosso scuro. Si sentivano tonfi e il corpo di Domitilla si muoveva strattonato dalla parte che non potevamo vedere. Ma lei guardava me.
I suoi occhi brillavano sempre meno. Non importava più quanto stringessi la mano, quanto coraggio colasse dai miei occhi, i tempi intorno ci sembravano più lunghi del solito.
A lei veniva da vomitare. L’idea di farlo davanti a me o comunque nella sala le si leggeva sul viso terrorizzato.
Respira piano, profondamente. Come con Amelia. Ho detto.
I suoi occhi mi seguivano. Eppure la capacità di restarmi aggrappata, in quel momento, si era fatta sottile come uno dei tubicini che iniettavano medicinali dentro il suo corpo.
Respirava piano, profondamente.
C’era buio intorno. Le luci bianche dei neon illuminavano la sala ma il tempo dilatato mi annebbiava la vista. A lei veniva da piangere. Senza capire ondulava la testa, strattonata, io potevo solo stringerle di più la mano.
I medici al di là del telo tossivano e ansimavano.
Con Amelia non è stato così. Ha detto.
La bocca con poca saliva le appiccicava le labbra, eppure sono riuscito a intravedere quei denti bianchi che riflettono solo il bello degli altri quando sorridono.
Sembra a te, stai tranquilla. Ho detto.
E poi lui è un maschio, dai, ci sta. Ho detto e ho sorriso e lei ha sorriso senza aprire le labbra.
Ci sono sorrisi senza forza che sanno di arresa, a volte.
Gli anestesisti al nostro fianco controllavano i dati sul monitor e muovevano la cordicella della flebo. Se Domitilla avesse vomitato, penso il colore sarebbe stato del camice dei due. Qualche bip ci distraeva dalle botte al di là del telone.
C’è un suono preciso poco prima della nascita di una vita umana. Un silenzio che cresce come un albero, secoli in pochi secondi.
Le hanno dato un ultimo strattone e altro sangue è schizzato sul telo ma non ho battuto ciglio. L’ho accarezzata.
Ci siamo. Dai. Ho detto.
Poi il silenzio si è fatto grande come una quercia. Non parlava più nessuno. Né i ginecologi, né l’ostetrica, né gli infermieri guardavano più il monitor.
Così ho deglutito, piano per non far vedere a Domitilla il movimento del collo. La luce bianca era così bianca che quasi avrei pregato se avessi avuto uno straccio di fede.
Che succede? Ha detto.
L’istante che precede il pianto è il salto nel vuoto dalla cima dell’albero.
Ho respirato appena, Domitilla no.
Poi Cesare ha pianto. Un grido di cui ho anche la foto. La riguardo quando sono nervoso e stanco perché è stato un grido a tutti gli effetti in cui la vita combatteva per sconfiggere la morte.
Minuti dopo lo hanno appoggiato su Domitilla, minuscolo. Con il sangue intorno, qualche crosta e il naso uguale al mio.
Non respirava come Amelia. Questo me lo ricordo. Domitilla mi ha guardato.
Sta bene? Ha detto.
Un’ostetrica è subito intervenuta. Lo ha preso e gli ha spinto la schiena e lui era un po’ blu e io mi sono detto è normale la vita per lui sarà blu come il mare, sarà un pirata.
Lo hanno preso e lo hanno portato via.
Ad Amelia feci il bagnetto. Ho detto.
Domitilla aveva molto antidolorifico in corpo, gli occhi socchiusi. Mi sono avvicinato all’orecchio.
Tutto bene. Ho detto.
Lei non si è mossa ma ha annuito con le labbra incollate e gli occhi tra il marrone e il nero.
Papà, vieni! Hanno detto.
Così sono corso. Avevo le mani lisce pronte per il bagnetto, il primo, come con Amelia. Dietro alla sala parto c’era una saletta per il bagno, con defibrillatore, incubatrice, ossigeno, medicinali, garze.
Ho girato lì e un’infermiera mi ha fermato.
Allora papà. Ha detto.
Non puoi dirmi “allora papà”, ho pensato. Devi solo farmi abbracciare mio figlio e lasciare che gli faccia il bagno. Ma avevo le labbra incollate.
Dietro di lei, tre medici trafficavano chini. C’era un’incubatrice, al lato un tavolino, sopra un ragnetto umano che si sbracciava mentre lo aiutavano a respirare con un macchinario enorme e una maschera d’ossigeno minuscola.
Cesare sta bene, papà, ma dobbiamo aiutarlo un po’ e capire bene tutto. Ha detto.
Aiutarlo cosa? Io lo aiuto. Io gli faccio il bagno e lo porto in camera dalla mamma. Il mio riflesso su un freezer di medicinali aveva gli occhi un poco disallineati e le labbra cucite, incollate l’una all’altra. L’orologio suonava con un bip, dal muro, lo stesso bip del monitor.
Ci puoi aspettare in stanza papà, ora ci pensiamo noi. Ha detto.
Io sono rimasto fermo, mi hanno accompagnato in camera e non mi sono mosso, neanche Domitilla c’era.
Mi sono alzato, sono andato in bagno. Le labbra erano ancora incollate. Ci ho strusciato i polpastrelli, niente. Ho spinto, grattato con le unghie, insistito con le punte delle dita e piano piano le labbra hanno iniziato a sanguinare e a scollarsi. Ho spinto ancora, appena ho potuto ho infilato entrambe le mani e tirato per spalancare la bocca. Il sangue ha iniziato a scorrere, la carne si è strappata e tra i denti rossi si è fatto strada un grido, un grido così potente da spaccare lo specchio.
Con la faccia piena di sangue sono rimasto in bagno fino alla fine del grido. Poi ho chiuso la bocca, mi sono lavato il viso, ho pulito il lavandino, mi sono seduto sul letto e ho atteso.
Poi è arrivata Domitilla.
Cesare dov’è? Ha detto.
In terapia intensiva. Ho detto.
Lei ha respirato a metà.
Che hai fatto al labbro? Ha detto.
Cosa? Ho detto.
Sembri graffiato. Ha detto.
Niente. Ho detto.
La stanza era di quelle dove può dormire pure il papà, con la finestra su un altro palazzone grigio e un po’ di luce e il letto della mamma con decine di pulsanti per stare comoda. Poi intorno il vuoto.
Un medico è entrato.
Salve ragazzi, Cesare lo stiamo monitorando, ha faticato un po’ a venire al mondo, ma stiamo facendo il possibile. Ha detto.
Io, io, dico, io mi fido certo, mi fido. Posso vederlo? Ho detto.
Tenga. Ha detto.
Mi ha passato un fazzoletto e mi ha fatto cenno di pulire le labbra. Io ho tamponato la bocca e sul fazzoletto è rimasta una striscia di sangue.
Sì, può. È nella terapia intensiva neonatale, piano terra a destra. Chieda alle infermiere, dovrebbe essere già lì come le dicevano le ostetriche.
Vado. Ho detto.
Ho guardato negli occhi Domitilla che ha detto sì facendoli diventare meno neri.
Ho messo il copriscarpe, ho messo il camice, ho messo la retina in testa, ho indossato la mascherina, ho lavato le mani, ho disinfettato le mani, ho messo la maglietta nei pantaloni, ho messo i guanti. Solo gli occhi sono rimasti immobili, non si sono mossi dalla porta durante tutta la preparazione.
Allora papà, prego. Ha detto.
La dottoressa ha aperto la porta. La terapia neonatale è un luogo dove la luce c’è sempre, qualsiasi ora sia. In fila ci sono decine di incubatrici, nel mezzo dieci computer, medici piegati a scrivere e poi due zone con terapia intensiva ancora più grave. Io fissavo quelle due stanze pregando non ci fosse Cesare.
Dov’è? Ho detto.
Mi sono grattato il naso attraverso la mascherina.
La dottoressa mi ha guardato con gli occhi blu, chiari.
Lì. Ha detto.
Ha indicato la parte opposta delle due stanze per i neonati gravi e ho allungato di qualche istante il respiro e mi sono sentito sollevato e infame.
Eccolo, lo abbiamo dovuto arrotolare in una coperta per bloccarlo, non riuscivamo a calmarlo. Ha detto.
Ho mosso le labbra.
Cesare. Ho detto.
L’infermiera mi ha messo una mano sulla spalla.
Si possono mettere le mani dentro i fori senza levare i guanti, ti puoi sedere papà, dieci minuti e poi ti chiamo per uscire. Ha detto.
Ma cos’ha? Ho detto.
Ha bisogno di aiuto a respirare. Deve stabilizzare il flusso sanguigno, dobbiamo approfondire l’emoglobina bassa, forse necessita di una trasfusione e dobbiamo scongiurare un sanguinamento interno, cosa poco probabile, ma vogliamo darvelo forte e sano. Ha detto.
Si è allontanata verso un monitor. Io mi sono accasciato sulla sedia, i bip della sala mi ronzavano intorno ovunque, il monitor di Cesare era di tutti i colori. Ho infilato le mani nei due buchi del vetro e le mie dita lo hanno sfiorato.
“Portami giù all’ansa del fiume
Portami giù dove finisce il combattimento
Lava via il veleno dalla mia pelle
Mostrami come tornare intero
Fammi volare su un’ala d’argento
Oltre il buio dove cantano le sirene
Scaldami nel bagliore di una nova
E lasciami cadere nel sogno sottostante
Perché sono solo una crepa in questo castello di vetro
Quasi nulla che tu possa vedere
Che tu possa vedere
Portami a casa in un sogno accecante
Attraverso i segreti che ho visto
Lava via il dolore dalla mia pelle
E mostrami come tornare intero
Perché sono solo una crepa in questo castello di vetro
Quasi nulla che tu possa vedere
Che tu possa vedere.”
Cesare mi abbraccia con la faccia piena di lacrime belle grosse. Odia il freddo dello stetoscopio di Claudia, la miglior pediatra del mondo. Mette la testa tra il mio collo e la spalla, allunga un respiro e io sono intero e ogni mia crepa è di nuovo piena d’oro.
Cesare! Dico.
Lui si stacca e si tira indietro. Ride con sette denti, pesa 11,3 kg. Pochi giorni fa ha compiuto un anno, ha imparato a darmi il cinque e l’anno scorso piangevo seduto come non ho mai pianto nella mia vita. È incollato al mio corpo come ogni giorno quest’anno.
Ci vediamo tra tre mesi, Cesare, meglio di così, non puoi stare. Dice.
Saluto Claudia, apro la porta del piccolo studio a San Lorenzo e un sole enorme ci acceca, io rido, Cesare starnutisce.
Paa-pà. Dice.
Non perderti nel freddo:
☕ Sulle Note: Dove Danilo serve i giri di parole quotidiani. Un suo caffè
🥃 Il punto di partenza: Una bottiglia di rum
📚 La messa in scena della domenica: Niccolò Ammaniti - Il custode
❄️ Cos’è questo posto: About Sottozero
Espandi SottoZero ❄️ Se questo frammento ti ha lasciato un segno, portalo fuori dal freezer. Condividilo con chi non teme il gelo.
Il testo in corsivo è la traduzione di “Castle of glass” dei Linkin Park.
L’ospedale che ha reso Cesare forte e sano in quei giorni color verde acido è il Policlinico Casilino, merito del professor Valenzise e della capo ostetrica Cristina, una donna di grande forza e delicatezza.



Buonasera Andrea, la condivisione di fatti così privati è indice di apertura mentale e riveste, almeno per me, una funzione catartica: per te che ne parli e per noi che leggiamo. La catarsi, insegnano i Greci ha una funzione terapeutica e di liberazione. Grazie
Ma che bello, Andrea!
Ho iniziato a leggerlo con un po' di "sufficienza", per poi ritrovarmi coinvolto da ogni singola sillaba del tuo racconto.
Complimenti, maestro, complimenti!