Uno gnomo
Sul Natale
C’è uno gnomo dal volto mostruoso nel freezer, è rimasto congelato per anni. È ora di scongelarlo.
Siedo con le gambe unite davanti a una montagna di regali, le spalle rivolte al tavolo dove tutta la mia famiglia parla e mangia. Non si sono accorti che io non sono più a tavola. Ruoto appena appena il viso per guardarli.
Ho otto anni e c’è un camino piccolo qui in veranda che tira bene senza però riscaldarmi. Gioco con un pacchetto che agito, suona il rumore confuso di mattoncini Lego e stringo le dita. Sul muro scorre una vetrata che dà sul mare d’inverno, mi arriva il rumore della corrente da uno spiffero e qualche brivido mi striscia sulle braccia.
Le vacanze di Natale sono il momento in cui tenere strette le cose fino all’asfissia, come se dovessero andarsene passate le feste. Io non so come fare con le persone e nessuno mi guarda e così stringo un po’ il pacco. Li guardo di nuovo, questa volta senza muovere un muscolo ma solo gli occhi e li vedo intenti a parlare e stringo il regalo e appena uno di loro muove la testa lo lascio. Falso allarme, non guardava me.
I regali in effetti sono tanti. Voglio scartarli, toccarli, sentirli.
E quello sarebbe sentire? Naa. È proprio durante questo Natale che hai iniziato a cucirtelo addosso. Dice.
Mi guardo intorno, la mia famiglia è a tavola.
Chi parla? Dico.
C’è anche mia madre e non mi pare vero. Il momento preciso in cui scarto i regali è l’ora d’aria rumorosa fuori dalla gabbia del silenzio che ho intorno.
Che hai dentro, vorrai dire. Dice.
La carta scrocchia e si accartoccia e i colori esplodono e i brividi di freddo se ne vanno.
Bene, dai la colpa a loro. Racconta che la tua rabbia è la più legittima di tutte, indossalo pure dai, dai, dai. Dice.
Chi sei? Dico.
Vieni di qua, nella sala blu. Dice.
La sala blu è una grande sala da pranzo con un lungo tavolo di legno con diciotto sedie di legno per le grandi occasioni, mai usate da quando sono nato. C’è un enorme camino con legna secca dentro, freddo, che non ho mai visto acceso. Vicino al camino c’è uno gnomo alto quanto un bambino di cinque anni. Lo hanno comprato i miei nonni in un viaggio in Nord Europa. Mi alzo e mi affaccio sulla sala.
Bisogna attraversarla per arrivare a delle scale di legno che scendono dove c’è la mia stanza da letto e salgono verso la mansarda.
Lo gnomo l’ho guardato una sola volta, di solito corro via. Ha il naso lungo e grosso con un brufolo marrone, i denti scuri costruiti con avorio, piccoli, gli occhi vitrei neri e ambrati e i capelli bianchi; capelli veri mi ha detto nonna, appartenuti a donne che li vendono per farci qualche soldo; lo gnomo indossa una salopette verde che copre la pancia dura e immagino la sua smorfia volesse essere un sorriso.
Stai decidendo tu di sentirti così. Dice.
Il vociare dal tavolo è alto, affilato, alla fine è una famiglia come tante la mia, però la gelateria (lo storico Palazzo del Freddo) la rende un po’ speciale; so che si parlano alle spalle e che basta poco per vomitare rabbia sui piatti, lo capisco quando non mi guardano e si guardano tra loro e le voci si increspano come carta e la pelle si arrossa. Mi sembra che si odino ma che si vogliano anche bene.
L’odio è amore inespresso, non pensarci, sei piccolo. Senti me, guarda quello che ti accadrà dopo aver indossato il vestito e smettila di frignare. Dice.
Vestito? Dico.
Mi guardo intorno, guardo la sala, lo gnomo, e poi dietro di me. Torno veloce verso la mia famiglia.
Voglio scartare i regali. Dico.
Dopo, Andrea, stiamo mangiando. Dice mamma.
Mi annoio. Dico.
Nessuno risponde.
Che faccio? Dico.
Gioca un po’, Andrea. Dice papà.
Apriamo i regali? Dice nonna.
Dopo. Dice nonno.
Torno ai pacchi e mi viene da piangere ma non ci penso neanche, ne guardo uno grosso e rosso con il fiocco blu, mi avvicino, sfioro la carta e sento il lembo tra le dita da cui potrei scartarlo con due colpi, la carta fruscia e lo stringo.
Lo stai facendo, Andrea. Il vestito della vittima, quell’abito sottile che ti illuderà di poter fare ciò che vuoi a chi vuoi. Dice.
Poso il regalo e mi affaccio nella sala blu.
Vieni, vieni a vedere. Dice.
Il cuore mi batte bello forte.
La sala blu è al buio, gli occhi dello gnomo brillano vicino al camino spento, fissano il vuoto.
Lo fanno tanti bambini, si identificano in ciò che credono gli sia stato tolto. Dice.
Ma tu, tu non puoi parlare. Chi sei? Dico.
Sì che posso. Sono la tua Ombra, la coscienza, l’io, chiamami come ti pare. Mi eviterai a lungo, anni, decenni, perché sei debole. Questo gnomo è un modo per darmi un tono nella tua mente, io sono lì. Dice.
Ha la pelle di ceramica rossastra e paonazza, un ciuffo di peletti grigi gli esce dalle orecchie e dei grossi nei di carne marrone scuro stazionano sulle guance, raggiungo i suoi occhi vitrei. Si accendono, come se prendessero vita.
Guarda. Dice.
Dentro le pupille un ragazzino apre come impazzito un pacco dopo l’altro, Natale dopo Natale, ogni pacco è vuoto.
Strizzo le palpebre.
Stai fermo, guarda. Dice.
Il bambino negli occhi del nano diventa un ragazzo e intorno, di spalle, i regali diventano donne, lui le spoglia e sotto i vestiti ci sono fantasmi impalpabili, hanno tutte il volto opaco e piangono e il ragazzo non se ne cura e apre pacchi e le spoglia ed è velocissimo a passare a quella successiva, accatastandole una sopra all’altra come bambole.
Vedi, se subisci ma poi infliggi, resterai vittima di te stesso in eterno. Dice.
Che vuoi dire?
Guarda. Dice.
Negli occhi si infiammano le pupille, il ragazzo è chiuso in una stanza e ha lo sterno lacerato e dentro c’è un piccolo vulcano che erutta e la lava cola e tutto esplode e sono solo macerie e lava. Ma il volto del ragazzo è calmo, sorridente, accogliente, cordiale. Ha nella gola un blocco di ghiaccio che respinge giù il calore.
Dovresti liberartene adesso, esplodere, piangere pure eh. Sii vero. Vai al tavolo con loro e digli che gli vuoi bene e digli che sei triste e digli che non capisci quello che ti succede. Dice.
Ora mi riconosco. Sono io nei suoi occhi, in piedi, alla giusta distanza da tutte le persone intorno.
Ascoltami, o ti sentirai per sempre un impostore. Dice.
Indietreggio. Io, io, io non devo dire niente a nessuno. Dico.
Questo ti imprigionerà, Andrea. Dice.
Le sue parole, per un istante, bruciano dentro al mio sterno, come se si sciogliessero tra i muscoli nel sangue per scorrere dentro di me silenziose.
Sei troppo debole. Dice.
Sono un bambino. Dico.
Gli occhi del nano si incendiano, due fiammate illuminano a giorno la stanza blu.
Il corpo mi si intorpidisce, brividi di freddo mi grattano la pelle di tutto il corpo mentre le fiamme scompaiono. La smorfia del nano che mi sembrava un sorriso si dilata e poi torna fissa, i suoi occhi si spengono e la sala torna blu.
Andrea ma dove sei? Vieni di qua? Dice.
Stacco lo sguardo incollato allo gnomo e la voce di mia madre mi avvolge come una coperta troppo sottile per scaldarmi.
Mamma! Arrivo sì, eccomi. Dico.
Dai che apriamo i regali! Dice.
Scappo via dalla sala blu, mi giro, lo gnomo è immobile, gli occhi spenti di marrone mi sembra brillino di una patina di ghiaccio, ma non mi importa, voglio scartare i regali.
Eccomi, sto arrivando mamma, voglio aprire i Lego! Dico.
Qui puoi condividere questo ricordo con chi vuoi, dove vuoi.
Sul Natale in generale
Lo sai che esiste il Christmas Blues? Ansia e tristezza che colpiscono a Natale.
Un po’ mi fa ridere, un po’ boh, però c’è un “manuale” di gestione psicologica del Natale.
La mia unica canzone di Natale da sempre: Jingle Bells Eminem freestyle
Il mio film di Natale senza dubbio: Die Hard
Copertina gnomesca di Luigi Annibaldi




♥️
Molto bello, ma non mi basta. A quando un libro?