Un cuore
Amare è prendersi cura
Ho consegnato gli strumenti ai miei figli per intervenire quando necessario.
Ho consegnato un martello, uno scalpello e un pennello ai miei figli Amelia e Cesare.
Dovete fare il resto del lavoro. Ho detto.
Amelia ha guardato Cesare, Cesare ha riso mostrando i denti dispari.
Venite. Ho detto.
Mi sono sdraiato sul tappeto. Era pomeriggio inoltrato e un velo di solitudine si era attorcigliato soffocando il mio umore.
Sai che forma ha il cuore, Amelia? Ho detto.
Lei mi ha mostrato i denti, denti da latte e denti nuovi insieme.
No, pà, tipo un limone rosso? Ha detto.
Nì. Cambia di volta in volta, non è mai uguale. Cambia colore e forma. Ho detto.
Cesare è caduto, seduto, stringendo in mano il pennello. Poi si è rialzato. Io mi sono sdraiato e ho sbottonato la camicia.
Io faccio il possibile, ora dovete lavorarci su voi perché penso sia il modo migliore. Ho detto.
Al primo piano in casa il sole svanisce presto, prima del tramonto lascia una luce di coda che prepara gli occhi alla sera.
Ho estratto dalla tasca un pennarello e ho tirato un cerchio all’altezza del cuore, sul petto.
Vai, ovviamente tu Amelia scalpelli, Cesare dipinge come può. Ho detto.
Ok, papà. Ha detto.
Lei ha stretto lo scalpello, lo ha puntato nel centro del cerchio che avevo disegnato e lo ha fissato sulla carne. Poi ha tirato una martellata. Poi due, tre, quattro.
Papà, ma ti faccio male? Ha detto.
Ha subito iniziato a colare un po’ di sangue, la pelle si è aperta veloce come burro per via della punta dello scalpello affilata.
Un po’. Ma va bene, ci sta. Ho detto.
Cesare, di nuovo in piedi, si è accoccolato su una mia gamba.
Ricordati i colori. Ho detto, indicando alcuni tubetti sulla scrivania.
Sì, sì. Ho un po’ paura, sai? Ha detto.
E di che? Ho detto.
Che muori. Ha detto.
Ho sorriso, ho tirato su con il naso e poi l’ho accarezzata.
Gneeee. Ha detto Cesare.
Dai, Amelia. Ho detto.
Ha scalpellato ancora un paio di volte. Alla carne aperta come petali di rose è seguito un solido crack. Le ossa si sono spezzate, come piccoli ossicini di pollo nel tritaimmondizia.
Amelia si è fermata. Ha fatto un passo indietro. Gli occhi le si sono velati di lacrime, ha piegato la testa sul collo.
Papà... Ha detto.
Tranquilla. Ora la parte più noiosa, nel senso più fastidiosa. Mettici le mani e tira. Ho detto.
Ma mamma si arrabbia. Ha detto.
Tu hai paura che mamma si arrabbi? Ho detto.
Beh, un po’. È che non ti voglio fare male. Ha detto.
Aperto come un fiore, all’altezza dello sterno, il lato sinistro del mio petto formava una corolla di carne rossa rubino, iridescente.
Ho sorriso ancora, Cesare, incollato alla gamba, si è alzato brandendo il pennello.
Amelia lo ha guardato. Poi ha guardato me, conscia di non poterlo far fare a suo fratello di un anno. Così le sue piccole mani si sono intinte nel sangue; gli occhi ogni tanto schizzavano altrove, mentre le dita piccole e affusolate penetravano nella mia carne. Sette o otto di loro, ben salde, hanno tirato due lati della gabbia toracica troncati dallo scalpello.
La rottura mi ha costretto a uno spasmo.
Papà... Ha detto.
Tutto bene, tutto bene. Ho detto.
Le mani tese a tranquillizzarla.
Una goccia di sudore, tra altre più sottili, è scorsa da dentro i miei capelli giù per il collo fino alla schiena.
Ci siamo. Ho detto.
Ci siamo! Ha detto Amelia, tornando a sorridere.
Ha aperto per bene le ossa e si è pulita le mani sulla maglietta scura.
Papà. Ha detto.
Poi si è adombrata in volto, come se una nuvola dall’esterno avesse offuscato il sole.
Il tuo cuore è... è un po’ incrostato di nero e grigio. Ha detto.
Te l’ho detto. Dai, dai, non c’è tempo da perdere. Ho detto.
La luce in camera da letto si era affievolita, il tramonto alle porte. Mi sono mosso appena, attento a non scolare troppo sangue sul tappeto che, intanto, sotto la mia schiena, mi graffiava appena la pelle.
Amelia ha scalpellato via il nero dal mio cuore, l’ho visto schizzare intorno insieme a del grigio antracite. Ha assestato due martellate durante le quali ho creduto di morire di paura. Paura per loro, di loro nel mondo. Poi, con la terza martellata, questo nero si è frantumato del tutto.
Che bel rosso vivo che c’è sotto, papà. Ha detto.
Lei ha allungato una mano su una tavolozza tirata giù dal mobile al mio fianco, ha spremuto colori presi dalla sua scrivania di bambina.
Cesare mi ha ficcato un pennello nel cuore, dopo averlo inzuppato nel giallo.
Al posto del nero, il sole! Che Cesare è un po’ il sole. Ha detto Amelia.
Ha poi intrecciato le mani alle manine del fratello e insieme hanno vergato di giallo un pezzo del mio cuore, colorando le parti iniziali delle arterie così che il corpo tutto si irradiasse d’oro.
Poi con un dito ha grattato via una crosta spessa di colore viola.
Uhm. No, viola non ci sta, è cupo. Ha detto.
No, hai ragione. Ho detto.
Blu. Meglio blu. Ha detto.
Ha preso la mano di Cesare e ha dato giù una pittata di blu intasando i ventricoli e lasciandomi il corpo in balia di salsedine e profondità, un respiro in apnea. Ho udito il mondo sotto il mare, il terrore di non poter esprimere per bene il mio amore per loro, i miei difetti che mi rendono un capolavoro di padre a metà, sommersi dal terrore.
Oh oh oh. Pà, guarda. Qui c’hai un buco?! Ha detto.
Cesare ci ha ficcato il dito.
Un buco?! Ho detto.
Cesare, leva il dito! Abbiamo detto insieme.
E lo abbiamo allontanato, e lui ha iniziato a piangere infuocandosi in volto.
Ho piegato il collo, ho abbassato lo sguardo sul petto aperto come una rosa schiusa: il cuore giallo di sole, blu di mare e rosso di carne aveva, in effetti, un buco.
Facciamo una cosa: lo chiudo. Ha detto.
E se sta lì per qualche motivo, secondo te? Ho detto.
Non lo so, papà, comunque sono ancora una bambina, eh, mica puoi chiedermi tanto. Ha detto.
Le ho sorriso ancora. A malapena le nostre parole ci sono arrivate alle orecchie per via delle grida di Cesare.
Amelia ha scalpellato i bordi del buco, ha preso un tubetto di marrone chiaro mischiato a un po’ di colore oro, e ce li ha spremuti dentro. Li ha dovuti svuotare tutti per riempirmi il buco nel cuore.
Cesare ha smesso di piangere. Ci ha appoggiato un dito, ora divertito, ha premuto appena e ha lasciato l’impronta. Amelia si è chinata, ha dato un bacino su quel marrone di terra d’oro.
Adesso qui, pà, ci germoglia altro amore. Ha detto.
Ho chiuso le palpebre, poi le ho riaperte.
Hai gli occhi con i veli. Ha detto.
Naa, è concime. Ho detto.
E non ti brucia? Secondo me sono lacrime. Ha detto.
Il sole ha mosso delle ombre nella stanza, la serratura della porta è scattata. Se la mamma ci avesse trovati così, sarebbe stato un casino spiegarle tutto.
Ma Amelia è stata veloce. Aveva già suturato tutta la mia pelle, mentre Cesare strisciava il pennello zuppo d’oro in giro per la camera, così da far tornare il sole a brillare per poter raccontare alla mamma la forma e il colore del mio cuore.
Non perderti nel freddo:
☕ Sulle Note: Dove Danilo serve i giri di parole quotidiani. Un suo caffè
🥃 Una puntata difficile: Un pelapatate
📚 La messa in scena della domenica: Kazuo Ishiguro - Notturni
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Un po’ di miei racconti che trovate altrove:
Su la rivista di genere La nuova Carne trovate: Fame
Su Scheletri.it trovate: Lamia
Sulla raccolta cartacea Brividia trovate: Il netturbino



Che male, ahia che male
Bellissimo