Una maniglia
Dove finiscono le emozioni represse?
Esiste un luogo, dentro ognuno di noi, dove si ammucchiano le emozioni che abbiamo ucciso.
Provo a dire che non sono d’accordo. Ma nessuno mi sente, forse la voce non esce. Come è sempre stato, ogni volta che mi sarebbe stato utile dissentire, scelgo di sorridere.
Così, per l’ennesima volta, lascio perdere.
Torno nel salottino che dà sul mare nella casa in cui siamo ospiti.
Amelia, scusa, eccomi. Continuiamo a giocare? Dico.
Papà, sei nervoso? Dice.
No, no, sorridevo, non mi hai visto? Dico.
Amelia muove il naso.
Dai, nascondino! Dico.
Ci spostiamo in corridoio, Amelia mi prende per mano, cosa che, crescendo, ho notato fa meno di prima.
Papà, ma questa porta c’era prima? Dice.
Lei è in piedi, dritta davanti alla porta blu con la mano nella mia.
Oddio, Amelia, che vuol dire? Penso di sì. Io non l’avevo notata ma mica può apparire così dal nulla. Dico.
Guarda che non c’era, papà. Continuiamo a giocare, non apriamola però. Dice.
Perché non dovrei aprirla? Dico.
Porto la mano alla maniglia.
Mi fa paura, è apparsa dal nulla. Dice.
Ma che apparsa dal nulla. Dico.
I suoi occhi, uguali ai miei ma molto più luminosi, si scuriscono.
Tiro giù la maniglia, spingo la porta sorridendo, ma con un fremito di dispiacere per non aver ascoltato la sua paura. Odio deludere le sue aspettative, giusto o sbagliato che sia.
Papi, però, eddai. Dice.
La porta si apre su scale che scendono nel buio. Con ‘sta cosa che amo la letteratura e i film horror, mica posso avere paura.
Avevi ragione, papà, non c’è niente! Dice.
E non scendiamo? Dico.
Le sorrido, un po’ per incalzarla.
Scendiamo dove? Dice.
Indico la discesa. Lei mi guarda stupita ruotando la testa verso sinistra; capisco il suo stupore perché sgrana gli occhi e preme i palmi delle mani l’uno contro l’altro.
Ma è murata, papà. Dice.
Murata? Dico.
Mi guardo le mani, alzo gli occhi; il nero mi guarda e pure le scale.
Vieni? Dice.
Amelia, un attimo. Dico.
Papà, io mica ho parlato. Dice.
Come no? Dico.
No, pà! Dai, sbrigati, chiudi e giochiamo. Dice.
Ruoto la testa per guardare meglio. Le case sconosciute, fin da quando ero piccolo, mi hanno sempre restituito l’idea che con il loro passato, con la loro memoria, potessero prendersi il mio.
Non può sentirmi. Lei non ha ancora rimpianti, rancori, dolori, scelte non fatte alle spalle. Questo posto aspetta te, invece. Scendi che devo mostrarti una cosa. Dice.
Drizzo il collo.
Vabbè, papà, sei rimbambito, vado da mamma che magari si sbriga che c’ho fame. Dice.
E corre via.
No, non andare, resta qui con me, piccola mia. Ma non glielo dico. Sia mai lei debba pensare di dover salvare me.
E scendo.
Uno, due, tre, dieci, venti, quaranta scalini. Più dei passi, il cuore fa rumore; un rumore che si arrotola su per le scale tanto da farmi chiedere: chissà se da su mi sentono?
Poi acqua. Un’immensa piscina d’acqua nella semioscurità, un lago sotterraneo permeato di silenzio che, all’ascolto, lascia risuonare dentro di me il rumore della tristezza: più o meno uno stridere di coltello su legno, però con una nota bassa di violino.
Che posto è? Dico.
Alle mie parole, l’acqua gorgoglia. Credo la voce venga dalla mia ombra.
Senti quant’è fredda, guarda bene. Dice.
Allungo una mano, piano, immergo i polpastrelli, l’acqua in effetti mi intirizzisce la pelle; sottili schegge di ghiaccio mi anestetizzano le falangi.
Ma?! Dico.
In bocca la saliva mi si è asciugata. Se il terrore avesse avuto carne e ossa, adesso avrebbe avuto le mie sembianze.
Sento la temperatura della tua paura. Dice.
La grotta è animata dal gocciolare dell’acqua che scivola da pietre sul soffitto; i miei occhi nuotano sull’immensità del lago come sassi lanciati dalla riva, mi ci vuole qualche istante per mettere a fuoco. Subito sotto la superficie dell’acqua fluttuano corpi in carne e ossa, tutti con la mia faccia contratta in un’espressione di dolore, come se uccisi da un colpo nell’istante in cui il viso si articolava per esprimersi.
Non riesco a respirare. Dico.
Pensi che sopprimere liberi? Crea solo versioni di te che affogano, e pesano. Dice.
Le parole adesso sembrano uscire dall’acqua che, in effetti, si increspa appena.
Stanno tutte qua, congelate, per permetterti di sopravvivere in accordo con il mondo, senza paura, in superficie. Dice.
L’ombra ora è al mio fianco.
Stringile, come se stringessi la morte. Dice.
Non ce la faccio. Dico.
Così mi entra dentro. L’ombra si impossessa di me ed è un po’ sentirsi un tutt’uno e un movimento involontario mi spinge dentro il lago.
Fluttuo senza bisogno di respirare, corpi gelidi toccano la mia pelle e fatico ad aprire gli occhi.
Aprili. Dice.
E poi li vedo, volti mortificati, tristi, addolorati, delusi, offesi, immortalati in quelle uniche espressioni evitate. Però non ne ho paura, più dispiacere, un profondo dispiacere che mi scalda.
Dalle scale, fuori dall’acqua, mi arriva la voce di Amelia, lontana, ovattata.
Papà! Dice.
Non ascoltarla. Resta qui, abbracciali e resta qui. Dice.
Papààà! Dice.
Amelia alza la voce per cercarmi.
Amelia! Dico.
Resta sotto, non può sentirti. Qui è dove devi stare. Dice.
Papàààààà. Grida.
Mi alzo, la pelle gelida, accarezzo i volti in acqua e lascio gocciolare la mano. Non appartengo a questo posto, esco dal lago e corro per le scale.
La voce si ripete, come se mi seguisse scorrendo sui muri.
Resta qui. Resta qui. Resta qui. Dice.
Ormai alla porta, Amelia con i suoi capelli lunghi mi guarda.
Perché stai appoggiato al muro? Dice.
La schiena preme su mattoni freddi mentre la fronte mi si perla di sudore.
Papiii. Dice.
Mi giro. Un muro. Più niente. Nessuna discesa.
È pronto da mangiare. Dice.
Eccomi, eccomi. Dico.
Prendo Amelia per mano verso la sala da pranzo. Tutti e quattro a tavola, taglio la carne con un coltello affilato, fatico perché le mani mi tremano. Nessuno se ne accorge.
Però, lontano, mischiato come un aroma tra il cibo e le risate intorno alla tavola, ho l’impressione di sentir gridare aiuto.
Non perderti nel freddo:
☕ Sulle Note: Dove Danilo serve i giri di parole quotidiani. Un suo caffè
🥃 Una puntata difficile: Un pelapatate
📚 La messa in scena della domenica: Coetzee - Vergogna
❄️ Cos’è questo posto: About Sottozero
Espandi SottoZero ❄️ Se questo frammento ti ha lasciato un segno, portalo fuori dal freezer. Condividilo con chi non teme il gelo.
Un po’ di miei racconti che trovate altrove:
Su la rivista di genere La nuova Carne trovate: Fame
Su Scheletri.it trovate: Lamia
Sulla raccolta cartacea Brividia trovate: Il netturbino



Quella scena finale mi ha colpito più di tutto.
Seduto a tavola, coltello che trema tra le mani, nessuno che se ne accorge. E lontano, mescolato agli aromi del cibo, qualcosa che grida aiuto.
Conosco quel posto. Non il lago sotterraneo — quel momento a tavola. Quando tutto sembra normale in superficie e dentro c'è qualcosa che nessuno vede perché non glielo stai mostrando.
Ho perso mio padre a ventitré anni. Per molto tempo ho tenuto tutto sotto — controllato l'intensità prima che arrivasse agli altri, sorriso quando avrei dovuto dissentire. Non sapevo che stavo costruendo il mio lago personale, un cadavere alla volta.
Amelia ha salvato suo padre tirandolo fuori dall'acqua con una voce sola.
A volte basta una voce.
Ti piacciono proprio gli horror. Ti sei mai chiesto il perché?