Una mano
Tornare a scrivere con la mano sinistra
Dicevano che la sinistra fosse la mano del Diavolo. La verità è che è l'unica mano con cui ho smesso di fingere.
Il tratto è incerto perché non ho memoria. Le lettere tremano, hanno quelle zigrinature tipiche delle prime parole scritte. Riempio mezza pagina e mi trema il polso, mi fa male anche la spalla.
Riesco però a visualizzare quello che scrivo. Quando scrivo con la destra, invece, non è mai accaduto.
Avevo alle elementari una maestra di nome Perla. Non ho foto con lei, non appare in nessuna foto ricordo di classe, quelle immagini rettangolari con tutti i bambini in grembiule e gli scarabocchi dietro sulla parte bianca. Io ero sempre nel mezzo, con il sorriso tipo ombrello rotto, e lei non appariva perché diceva che le foto rubavano l’anima.
Diceva anche che la mano sinistra era la mano del Diavolo.
Quando la guardavo, ricordo che i suoi occhi brillavano di un nero intenso ed era come se mi trapassassero.
Non scrivere con la sinistra, scrivi meglio con la destra. Disse.
Ma non ci riesco, maestra, non mi viene proprio. Dissi.
In aula, di solito, ero seduto nei banchi di mezzo. Mimetizzato, con il respiro veloce. Si dice che per ogni porta aperta di una scuola si chiude la porta di una prigione. Io, però, in tutti i luoghi, avevo sbarre intorno.
Tu devi farlo. Gridò.
La classe si zittì. Tutto tacque dentro di me. Si aprì una voragine tra sterno e costole anteriori, così spostai la matita dalla mano sinistra alla destra e la lasciai sprofondare.
Scrollo il polso, guardo le mie penne stilografiche. Ultimamente scrivo con questa penna a sfera da un euro che mi macchia la mano. Da bambino non mi sporcavo mai.
Pur dolendomi il polso, continuo a scrivere. Riprendo il tratto. Le stilografiche le ho eliminate, servivano solo ad abbellire la mia mano destra per ovviare alle sue mancanze di contenuti. La mano trema, un forte odore di terra e umido riempie la stanza.
Vedi che bella scrittura, Andrea? La destra è la tua mano. Disse con una voce accudente. Poi aggiunse. Inoltre, la sinistra la usa il Diavolo, lo sai? Rise appena. Ancora lo ricordo, una risata acuta che mi stridette nel timpano e che sentii solo io.
Ora, però, il ricordo è annebbiato dall’odore erbaceo. La mia mano sinistra non solo trema ma si screpola fino al polso. Lascio la penna che cade, piccoli sassolini sporchi finiscono sul foglio. Il tremolio è ora il principio di un terremoto. È un mese che scrivo appunti solo con la mano sinistra, un mese che da dentro la carne si sono mossi fili sottili sopiti dal tempo.
Le dita vibrano e il dorso si gonfia. Mi alzo in piedi, dormono tutti, corro in bagno e apro l’acqua. La metto sotto al getto: è tutta completamente fatta di terra che si impregna, intravedo due falangi sbucare dalle nocche.
Non serve acqua, ma inchiostro. Dice.
Alzo lo sguardo sullo specchio.
Ombra. Ho creduto uscisse fuori il Diavolo. Dico.
Sorrido, senza riuscire a celare una smorfia di paura per la situazione della mano.
Il Diavolo non esiste. Chi ha paura dell’ignoto, ingabbia la realtà in credenze di ogni genere e sotterra la propria natura. Recidendo quei fili, quel giorno, hai solo coperto. Però sei esagerato. Dice.
Esagerato? Dico.
Prendi le boccette d’inchiostro delle penne che finalmente non usi più. Dice.
Dimmi perché sono esagerato. Dico.
L’ombra è in effetti la mia copia fisica fatta di nero. Non ha occhi, ma so quando mi guarda e so che mi sta fissando. Esco dal bagno con la mano tremolante di terra, entro in camera da letto, piano, accorto per non fare rumore. Prendo le quattro boccette di inchiostro. Torno in bagno.
Bene, versacele sopra. Dice.
Allungo la mano davanti allo specchio, la pelle inizia da dopo il polso in su, tutto normale lì. Ma la mano, o meglio il piccolo giardino in cui non è ancora germogliato nulla se non la punta di, forse, falangi, non si muove più.
È disgustoso. Dico.
Vedi che sei esagerato? Dice.
Apro le boccette e rovescio i tre inchiostri neri e quello marrone scuro sul dorso della mano. La giro, il liquido denso cola e avvolge la terra, poi parte del colore schizza su tutta la porcellana del lavandino e sgorga via in un piccolo mulinello scuro che mi fa pensare al fiume Stige.
E ora? Dico.
Aspetta. Dice.
Sul dorso della mano danzano la maestra Perla, io bambino e dei miei amici di cui non ricordo il nome. La vedo a fine giornata come un ologramma tirare fuori ali nere e volare fuori dalla classe. Quante volte l’ho immaginata così. Poi vedo diari mai scritti dalle pagine vuote, temi mediocri alle medie, scritti al liceo che svolazzano mentre una professoressa muove la testa in cenno di dissenso.
Quel giorno avresti solo dovuto dire: no, io scrivo con la mano sinistra perché è la mia natura. Dice.
Non ne ho avuto la forza. Dico.
Quante volte hai usato questa scusa? Dice.
Sempre. Anzi no. Fino a poco tempo fa sempre, ora ho smesso. Dico.
E cosa è cambiato? Dice.
Che non mi serve più compiacere per sentirmi parte di qualcosa. Dico.
Guarda. Dice.
La mano ha un altro tremolio. Come durante un terremoto la terra salta, i ricordi svaniscono e si apre del tutto il dorso da cui escono le falangi, poi dita tremolanti, nocche, palmo e dorso. Prima sembra l’arto di un bambino, ma subito cresce e diventa una mano sinistra uguale alla mia mano destra. La terra che resta si sgretola del tutto, svanisce. Resta un cerchio nero all’altezza del polso su cui soffio, e subito sotto c’è carne viva che si rimargina.
L’ombra è svanita.
Torno alla scrivania, mi siedo. C’è un buon odore in camera, quello di casa. Soffio via dal foglio qualche pezzettino di terra e qualche sassolino, e inizio a scrivere.
Non perderti nel freddo:
☕ Sulle Note: Dove Danilo serve i giri di parole quotidiani. Un suo caffè
🥃 Una puntata difficile: Un pelapatate
📚 La messa in scena della domenica: Pasolini - Una vita violenta
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Un po’ di miei racconti che trovate altrove:
Su la rivista di genere La nuova Carne trovate: Fame
Su Scheletri.it trovate: Lamia
Sulla raccolta cartacea Brividia trovate: Il netturbino



Una metafora meravigliosa 🤩 bravo complimenti 🌈
Bello bello.❤️