Una scintilla
Imparare a guardare
La versione di te che fa più paura è l'unica che può salvarti.
Non ho più alternativa. Quell’angolo liquido dello specchio è la soluzione alla mia insofferenza.
Ho chiuso il computer, spinto indietro la sedia, spento le luci. Sono andato in corridoio. Dormono tutti, molto prima dell’alba. In alto a sinistra, un angolo dello specchio vicino alla libreria vibra liquido.
Torno in salone, prendo uno sgabello. Lo alzo da terra per non far rumore, lo piazzo davanti allo specchio e mi arrampico. Sfioro l’angolo, ci immergo una falange. Si carica di elettricità.
Due settimane fa, durante un temporale, un fulmine è caduto davanti casa, dove passa il tram. Si è abbattuto sulle linee elettriche. Le finestre erano aperte, ero solo e lamentavo di non riuscire a godermi ciò che ho, immerso nel fango dell’insofferenza. Una scintilla si è infranta nell’angolo in alto dello specchio in corridoio. È seguito uno scoppio e un abbassamento della temperatura. Poi tutto si è sistemato.
Spingo il dito dentro l’angolo, avvolto da un liquido denso più dell’acqua, freddo. Infilo tutta la mano. Erano giorni che volevo farlo, giorni in cui stare fermo mi è sembrato impossibile, mosso da un animalesco e primordiale istinto intriso di rabbia.
La mano trema. Poi il polso, la spalla, la testa, la pelle. Tutto il corpo si fa acqua, assorbito da quel triangolo.
Un deserto di sabbia nera.
Avvolto di pelle e paura, cammino al di là della vita che ho costruito.
Un cielo scuro. Cammino. Dietro di me il triangolo d’acqua dura fluttua, intravedo al suo interno il mio corridoio.
E se si chiude? Dico.
Se si chiude, resti qui. La morte viene da fuori, eppure sta nella vita. Dicono.
Intorno a me una moltitudine di ombre con le mie stesse spalle, la mia testa ma priva di connotati, della mia altezza, si muove come un esercito. Della polvere si alza portata dal vento.
Qui prendiamo ogni versione difettata di te e non la rimandiamo nel mondo se non comprende. Dicono.
Mi tocco il corpo, impolverato dal deserto. Stringo la pelle, spremuta. Ma io sono di carne, io non sono come voi. Dico.
E cosa significa? Sei solo un pezzo di carne scappato dal tempo. Seppur qui non vediamo più il sole, non abbiamo più corpo, del mondo abbiamo conosciuto l’odore, il profumo, le grida. Ma non ci è bastato, non capivamo. Dicono.
Parlano in centinaia. Porto le mani alle orecchie mentre indietreggio. Nel deserto scorrono finissimi rivoli di sangue rosso rubino, enormi montagne oscurano qualsiasi idea di “oltre”.
Voglio tornare a casa. Dico.
Se sei a rischio di ferire ciò che ami, non tornerai. Ogni uomo rischia di farlo. Ognuno uccide quel che ama. Il codardo con un bacio, il coraggioso con un’arma, con l’oro nelle mani, il vile con le parole tra le labbra. Ma non per questo ognuno deve morire di morte infame, intriso di vergogna. Semplicemente lo teniamo qui per sempre. Si salva solo chi vede. Dicono.
Le mani vibrano, il loro parlare è un coro.
Vede cosa? Dico.
Una scintilla in un angolo tra i monti mi colpisce gli occhi. Li chiudo.
Cos’è stato? Dico.
Se vuoi vedere... Dicono. E indicano il punto da cui la scintilla si illuminava.
Mi giro per tornare indietro, verso il triangolo.
Non farlo, si chiuderà. Dicono.
Gli occhi si liquefanno, il cielo dello stesso colore oscilla. La mia vita che pezzo dopo pezzo ho costruito. Ho annegato tutte le verità che porto con me in fiumi d’ombra e ho tenuto a me la concretezza della vita che desideravo.
Mi giro di nuovo, dando le spalle al triangolo.
Forse ho poco tempo. Dico.
Sei sospeso tra destino e fato. Dicono.
Tutte indicano di nuovo la scintilla.
Ricomincio a camminare. Il triangolo si fa minuscolo dietro di me, le ombre si stringono. Cammino un’ora, un giorno, un mese. La pelle si squama, la scintilla tra le montagne continua a brillare e a riflettersi addensando i miei occhi. Mi sembra sempre alla stessa distanza.
È che devi saper restare. Dice.
Un’ombra, diversa dalle altre, appare al mio fianco.
Sono io. Dice.
L’ho guardata.
Io, l’unica che sa come passare da questo luogo alla tua realtà. Io vivo a metà, conosco il buio di questi luoghi e la luce dei luoghi che abiti tu, vibro di desiderio di conoscenza. Dice.
Allora l’ho riconosciuta. È appena più grossa delle altre, anche di me. Tante volte l’ho incontrata.
Devi “stare”, per vedere. Bisogna stare nel punto giusto per comprendere. Fermati e respira. Dice.
Mi fermo. Guardo, tengo lo sguardo sulla scintilla. Resisto al desiderio di procedere e di tornare indietro. Eppure tremo.
Resisti. Dice.
La luce si fa bagliore. Il cielo si apre in due e un sole enorme appare, spazzando il buio, facendo luce su quando sono stato quello che non ero. Le ombre intorno evaporano in colori profumati. Respiro.
Tendo la mano verso il cielo, su, verso il volto di me bambino che arde dentro il sole. È bastata una carezza e un vento bollente inizia a spirare, spingendomi via, veloce, piegandomi all’altezza dello stomaco fino a spazzarmi indietro dentro il triangolo.
Un tuono.
Sono sdraiato a terra in corridoio. La maglietta bagnata attaccata alla pelle. Mi alzo, lo specchio non ha angoli liquidi, un’ombra passa sul mio riflesso e svanisce. Mi tocco la pelle del viso, sui polpastrelli restano dei colori polverosi.
Non c’è ombra rintanata in alcun luogo nascosto sotto mille cieli che possa convincermi di non essere la versione di me che voglio essere.
Non perderti nel freddo:
☕ Sulle Note: Dove Danilo serve i giri di parole quotidiani. Un suo caffè
🥃 Una puntata difficile: Un pelapatate
📚 La messa in scena della domenica: Charles Bukowsky - Scrivo poesie solo per portarmi a letto le ragazze
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Un po’ di miei racconti che trovate altrove:
Su la rivista di genere La nuova Carne trovate: Fame
Su Scheletri.it trovate: Lamia
Sulla raccolta cartacea Brividia trovate: Il netturbino



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Racconto surreale