Un elisir
Bere il desiderio
Non c'è niente di più violento del bisogno di essere visti.
Per lavoro mi sono ritrovato a un evento di lusso sulla terrazza di un palazzo nel centro di Roma.
Sulla strada ho iniziato ad avere una sete indescrivibile di qualcosa che non so.
Non ho ancora compreso il concetto di lusso se non per un mero divisore del popolo. Tu puoi, tu non puoi.
Che poi i miei mi hanno insegnato a saper star bene ovunque e con chiunque ed è una delle poche cose che mi riesce davvero.
Però, nel dubbio, ho marcato il mio solito abbigliamento con scarpe nere, jeans neri, maglietta nera, camicia aperta blu scuro che sembrava nera.
Mentre salivo all’ultimo piano di questo palazzetto antico, la sete si è fatta insostenibile.
Le porte si sono aperte sull’attico. Le terrazze nel centro di Roma sanno di popolo e di Pasolini. Agghindate però a lussuosi luoghi di incontro perdono il fascino e sbiadiscono nella loro meraviglia di plastica e marmo finto.
Avrei dovuto parlare del mio lavoro principale che con il lusso non c’entra niente. Girovagavo tra gli ospiti della serata ciondolando, il cielo era rosso e arancio e sembrava cercasse di resistere alla notte.
Le labbra appena incollate l’una all’altra, la gola arsa senza sapere perché.
Ti piace? Ha detto.
La ragazza della comunicazione che mi ha invitato mi si è avvicinata mentre ero affacciato per guardare il vicolo stretto sotto il palazzo.
Ho faticato a parlare.
Cosa? Ho detto.
Il lusso. Ha detto.
Ha poi guardato il cameriere con tanti bicchieri sul vassoio.
Il lusso “beve bene.” Ha aggiunto.
Io bevo solo Rum.
Lei si è allontanata. Ha tenuto i suoi occhi su di me, poi ansimando è tornata a controllare sul telefono il meteo. Tre nuvole nere rischiavano di lavare via con la pioggia l’esclusività della terrazza, spazzando altrove ospiti così importanti.
Se avesse piovuto, avrei bevuto tutta l’acqua del cielo.
Un cameriere è passato e mi ha servito champagne.
Bevo solo Rum. Ho detto.
Però lui mi ha sorriso e io avevo sete, una sete che iniziava ad asciugarmi tutto il corpo, ancora non capivo di cosa.
Così ho preso un bicchiere. L’ho odorato mettendoci il naso dentro come se odorassi lo stato di una ferita. Sapeva di grano e pesca. L’ho bevuto alla goccia. Poi un altro.
Il cameriere mi ha guardato a lungo.
Ho sete. Ho detto.
Il tramonto si riversava, come un fiume di bronzo, tra i palazzi antichi di una Roma tanto vecchia quanto bella.
E ho preso il terzo bicchiere da un altro cameriere e ho posato il secondo vuoto e ho anche tirato su una tartina caviale e burro delle Alpi che non era un granché perché il pane sotto era rinsecchito.
Grande. Grazie. Ho detto.
In questi contesti abbasso l’eloquenza e torno al romanesco per sottolineare che sì, io so stare ovunque, ma non mi immergo mai davvero.
Poi fortunatamente è toccato a me parlare.
Mi sono scusato di aver bevuto, ma l’ho spiegato, una sete violenta mi ha colpito.
Dopo l’intervento mi hanno applaudito a lungo, mi sono alzato e sono tornato verso i camerieri con lo champagne e ho mandato giù un altro bicchiere.
Dovresti sfruttare di più il tuo animo oltre il tuo cognome, in questi ambiti. Parli bene, le persone ti sentono, anche da ubriaco direi, sai comunicare. Ha detto.
Una donna, della mia età avrei detto, alta grazie a due tacchi rosso scuro, con addosso una camicia bianca quanto i suoi denti, gli occhi grandi, il naso piccolo perfettamente incastonato tra due guance magre del colore della stessa pesca che era nello Champagne, mi guardava fissa negli occhi.
Ci conosciamo? Ho detto.
Mi hai appena bevuta. Ha detto.
Ha indicato i bicchieri sul vassoio del cameriere.
Scusa? Ho detto.
Il sole aveva ormai portato via il rosso e l’arancio colato via all’orizzonte, mentre la notte di un blu appena accennato avvolgeva tutta la terrazza.
Avevi sete, no? Non dirmi che non capisci il senso della sete, Andrea. Ha detto.
Sai il mio nome?
Andrea, so tutto di te. Sono il riflesso che hai cercato in ogni donna che hai incontrato. La trappola di voler essere guardato. Sei qui per questo, per farti vedere.
Ha sorriso come fosse una perla dentro un’ostrica.
Il cameriere è passato di nuovo vicino a me. Mi ha scrutato a lungo, poi si è guardato intorno e ho creduto per un istante avesse il dubbio stessi parlando da solo.
Le mani mi formicolavano, ne ho comunque alzata una per prendere un altro bicchiere.
Poi lui, irrigidendo il collo per forzarsi di non guardarmi, mi ha superato e siamo rimasti di nuovo io e lei.
I suoi occhi si sono accesi di un giallo simile a quello dello Champagne. Si è mossa verso di me. Le sue gambe nude si sono affacciate dallo spacco della gonna. Un passo in avanti: i denti le sono andati in frantumi, gli occhi le sono esplosi e la pelle si è liquefatta.
Non è rimasto altro che uno scheletro d’acqua.
Il teschio ha dischiuso la bocca, avvicinandola alla mia. Non c’era profumo, solo una nota metallica e ferrosa. L’ho baciata e bevuta, ancora. Le ossa, il sangue, disciolti in un fiume nero, si sono infranti sui miei denti colando giù, nella gola. La sete è sparita, lasciandomi un freddo gelido sotto la pelle.
Non perderti nel freddo:
☕ Sulle Note: Dove Danilo serve i giri di parole quotidiani. Un suo caffè
🥃 Una puntata difficile: Un pelapatate
📚 La messa in scena della domenica: Clive Barker - Schiavi dell’inferno
❄️ Cos’è questo posto: About Sottozero
Espandi SottoZero ❄️ Se questo frammento ti ha lasciato un segno, portalo fuori dal freezer. Condividilo con chi non teme il gelo.
Un po’ di miei racconti che trovate altrove:
Su la rivista di genere La nuova Carne trovate: Fame
Su Scheletri.it trovate: Lamia
Sulla raccolta cartacea Brividia trovate: Il netturbino



Situazioni irreali in contesti reali! Sempre più spesso accadono e ci fanno perdere il senso della realtà.
Reduce da un evento simile, condivido fino all’ultima parola. Sei fortissimo nelle parole, parole non scelte ma che emergono una ad una a spiegare cosa senti senza svelare troppo. Ti adoro
Bravissimo ♥️